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giovedì 26 febbraio 2009

Davvero bisogna dire sì all’energia nucleare?


di Angelo Baracca, Professore di fisica all'Università di Firenze.


L’articolo di Giovanni Ciccotti e Claude Guet a favore di un rilancio dei programmi elettronucleari è seguito dalle considerazioni critiche molto efficaci di Giorgio Parisi, ma credo meriti qualche ulteriore risposta nel merito.
Mi sembra sbrigativo e parziale chiedersi i motivi «che hanno spinto un certo numero di paesi, fra cui l’Italia, ad abbandonare la via nucleare, mentre altri, come la Francia, proseguivano per questa via». In primo luogo, anche negli USA gli imprenditori elettrici (che sono, ricordiamolo, privati) da 30 anni non hanno più ordinato una centrale nucleare. In Francia – dove la produzione di energia elettrica era (e in larga parte rimane) nazionalizzata – questa scelta si è affiancata alla Force de Frappe: se lo si dimentica si rischia di distorcere completamente il problema: quanti costi effettivi del programma civile potrebbero essere celati dietro quello militare? É che l’utente francese paghi costi elettrici aggiuntivi celati tra le imposte, per le spese militari? Nonostante questa scelta i consumi totali di energia in Francia sono coperti per il 70 % dai combustibili fossili! Parisi ricorda opportunamente che l’energia elettrica copre meno di un quinto dei consumi finali di energia: la Francia produce il 78 % dell’energia elettrica dal nucleare, ed importa più petrolio di noi (92.000 contro 83.000 milioni di tonnellate equivalenti, con un consumo pro capite superiore del 10 %, anche rispetto a Germania e Regno Unito!); importa meno gas, è vero, ma perché, proprio per “sostenere” il “tutto nucleare”, ha promosso il riscaldamento elettrico delle abitazioni, che è lo spreco energetico più assurdo.

Non sarei così categorico nell’affermare che «l’energia nucleare è sicura e partecipe di uno sviluppo durevole». Bisognerebbe intendersi sul termine “sicurezza” e sulla natura del rischio. Credo che spesso si confrontino tra loro cose che confrontabili non sono. Un incidente nucleare è talmente più grave di qualunque incidente possa accadere a qualsiasi impianto convenzionale che il confronto non ha senso. Ci scordiamo i tempi in cui ci garantivano che un incidente grave a una centrale nucleare aveva una probabilità ridicolmente bassa? É semplicistico ridurre l’insicurezza alla negligenza russa: gli imprenditori statunitensi non ordinarono nuove centrali nucleari dopo l’incidente di Harrisburg del 1979 (non meno grave, tutti si aspettavano da un momento all’altro che il contenitore scoppiasse); nel 2002 in un reattore dell’Ohio «l’industria nucleare statunitense ha sfiorato più da vicino un disastro dall’incidente di Three Mile Island del 1979» [Victor Gilinsky, Washington Post, 28 aprile 2002]. E mostrarono meno incuria le autorità francesi che nascosero all’opinione pubblica la nube di Chernobyl? Il 2008 ha registrato un numero di incidenti nucleari incredibile! Incidenti non gravi, si dice. E chi ce lo garantisce, quando le autorità competenti fanno a gara per sdrammatizzare, non di rado nascondere, gli incidenti (si veda il caso della Spagna, con ben sei mesi di silenzio; del Giappone).
Ma a parte l’eventualità di incidenti, non possiamo ignorare i rilasci radioattivi di una centrale nucleare durante il normale funzionamento: le recise negazioni degli esperti sono contraddette dall’accumularsi dell’evidenza dell’aumento dell’incidenza di leucemie e tumori nei pressi delle centrali [Ian Fairlie, “Childhood Leukemias Near Nuclear Power Stations“, con referenze specifiche]. Non ha senso, poi, drammatizzare i pericoli di attentati terroristici ed ignorare la vulnerabilità delle centrali e dei depositi nucleari. La stessa NRC statunitense, che sperimenta periodicamente falsi attacchi con il preavviso di mesi, registra l’inadeguatezza dei sistemi di sicurezza. Ma anche «il desiderio della NRC di evitare di imporre all’industria nucleare alti costi per la sicurezza incide sui requisiti di sicurezza» [L. Gronlund, D. Lochbaum e E. Lyman, Nuclear Power in a Warming World: Assessing the Risks, Addressing the Challenges, Union of Concerned Scientists, Dicembre 2007, p. 5]. Un problema particolare è rappresentato dalle piscine per la custodia del combustibile esaurito, che non sono protette da edifici di contenimento e sono quindi vulnerabili ad attacchi terroristici, che provocherebbero il rilascio nell’ambiente di grandi quantità di materiali radioattivi.
L’approvvigionamento di uranio secondo gli autori «non rischia di generare conflitti di natura geopolitica». Veramente in Nigeria si è sviluppata una vera e propria guerriglia. Il governo nigeriano ha imposto un aumento dei prezzi del 50 %, e nel futuro si prospettano aumenti maggiori. Areva è accusata di avere creato una grave contaminazione ambientale da uranio in Nigeria e Gabon. Il mercato dell’uranio è accentrato nelle mani di “sette cugine”, che ricordano un po’ le “sette sorelle” di infausta memoria del petrolio.

Gratuite e infondate mi sembrano le affermazioni che «la maggior parte degli esperti sono d’accordo nello stimare il costo del Megawattora elettrico a circa 40 €, includendoci i costi legati allo smantellamento e alla gestione completa delle scorie», e che «ci sono risposte tecnologiche affidabili, a costo accettabile, alla sorte delle scorie». Nessun paese ha realizzato soluzioni concrete: il progetto che è andato più avanti è il deposito di Yucca Mountain negli USA, ma dopo quasi 20 anni e fior di miliardi spesi non è realizzato, ed è anzi fermo per i grossi problemi che ha posto. Non appare credibile che nel Megawattora elettrico siano conteggiati costi incerti e ignoti! Lo stesso dicasi per il decommissioning delle centrali, per il quale non vi sono stati esperimenti significativi ed i costi effettivi rimangono estremamente incerti. Il rapporto "Decommissioning Nuclear Power Plants. Policies, Strategies and Costs" [NEA/OECD, 2003] indica in 500$/KWe la soglia minima per i reattori ad acqua leggera, mentre per i reattori a gas il costo medio si collocherebbe intorno ai 2500$/kWe anche se il dato è poco significativo in quanto riferito ai vecchi GCR e non ai più recenti HTGR (High Temperature Gas Reactor): ma i costi finali non hanno una composizione omogenea anche per i criteri seguiti, perché alcuni intendono il decommissioning come risanamento totale del sito, mentre altri come sua gestione controllata a lungo termine. Questo vale a maggior ragione per le centrali che saranno costruite in futuro, la cui vita operativa è programmata per 60 anni: chi può essere in grado di proporre una valutazione seria di quali potranno essere i costi (di tutti i componenti, dal lavoro vivo alle tecnologie), e i problemi in un arco di tempo di un secolo, nelle condizioni di crescente instabilità dell’economia e degli equilibri mondiali e di aggravamento delle condizioni ambientali? Nessuno poi cita il problema del decommissioning delle miniere di uranio: negli anni ’80 il governo USA ha finanziato un programma di risanamento delle miniere americane esaurite (UMTRA = Uranium Mills Tailing Remediation Action) i cui risultati parziali sono stati pubblicati dal DOE nel 2001 quando, esauriti i fondi a disposizione, restavano ancora da bonificare 9 siti minerari per un budget di spesa all’incirca uguale a quello inizialmente stanziato.

Confesso poi che mi delude vedere ripetere il refrain secondo cui «il nucleare non emette gas a effetto serra». La reazione a catena nel nocciolo non ne produce, ma tutti i processi a monte e a valle ne producono: estrazione, trasporto e lavorazione del combustibile, arricchimento dell’uranio, costruzione della centrale, trattamento e sistemazione dei rifiuti, decommissioning. Per la valutazione complessiva delle emissioni risulta cruciale la considerazione della concentrazione di uranio nel minerale dei giacimenti che vengono sfruttati; che si lega anche alla valutazione delle riserve di uranio. È evidente che se per ottenere 1 kg di uranio da un giacimento con concentrazione dello 0,1% occorre estrarre e lavorare una tonnellata di materiale, ne occorreranno 10 volte di più per ottenere lo stesso quantitativo di uranio se la concentrazione del giacimento è pari allo 0,01%; ed aumenta anche il costo energetico. Secondo uno studio quantitativo [Jan Willem Storm Van Leeuwen e Philip Smith, “Facts and data: Is nuclear power sustainable; would its use reduce CO2 emissions?”, 2003, 2005, http://www.elstatconsultant.nl/] vi è un limite fisico (grado di concentrazione compreso tra 0,03 – 0,04% di uranio) oltre il quale l’energia necessaria ai processi di estrazione e lavorazione dell’uranio supera quella ottenibile dal suo impiego nei reattori; inoltre le emissioni del ciclo nucleare si aggirano attualmente sul 35 % (non zero!) rispetto a quelle di una centrale in ciclo combinato a gas, ma per concentrazioni inferiori allo 0,1% aumentano vertiginosamente, fino a raggiungere e superare quelle dell’impianto a gas. Naturalmente si può non essere d’accordo con questo studio, ma vista la sua impostazione rigorosa lo si dovrebbe contestare nel merito.
Anche Parisi critica la proposta di fondo di arrivare ad una «produzione mondiale di elettricità coperta al 50% dal nucleare, decuplicando la potenza nucleare mondiale attuale per portarla a circa 4000 GWa». In primo luogo, è realistico? Poiché si parla di centrali la cui costruzione deve ancora essere iniziata, e tenendo conto dei tempi medi di costruzione, questo vorrebbe dire dal 2020 inaugurare nel mondo più di 30 nuove centrali nucleari ogni anno, ad un ritmo medio costante di 2-3 al mese! (Il costo annuale supererebbe i 150 miliardi di dollari, ma su questo ritornerò). Personalmente non ci credo! Senza contare l’aspetto già citato, che l’energia elettrica è meno di un quinto dei consumi finali: che facciamo per gli altri quattro quinti? Non è il caso di partire proprio da quelli?
Ma un tale obiettivo sarebbe davvero auspicabile? Il sistema elettrico “tutto nucleare” della Francia genera non pochi problemi ed inefficienze, per la sua rigidità. Poiché le centrali nucleari non sono modulabili per seguire le variazioni giornaliere della curva di carico, devono coprire i picchi normali: ne segue che durante i minimi la Francia deve vendere energia elettrica a prezzi stracciati; ma quando si verificano condizioni eccezionali, ondate di freddo o di calore, deve comprare dall’estero energia di picco, quindi molto cara. Per far fronte all’onda di freddo di questo inverno la Francia ha dovuto importare energia elettrica, soprattutto dalla Germania (da 5 anni la Germania è diventata esportatrice netta di energia verso la Francia, e non il contrario). Tali rigidità e vulnerabilità sarebbero ingigantite per paesi con piccole potenze installate: la costruzione di una centrale da 1.600 MW in paesi come la Giordania, che ha poco più di 2000 MW installati, o gli Emirati Arabi Uniti, che ne hanno 14.000, renderebbe il loro sistema energetico estremamente vulnerabile, perché la difficoltà di sopperire ad un guasto, anche temporaneo.

Ma vi è ancora un aspetto cruciale. Gli investimenti complessivi richiesti sarebbero dell’ordine del trilione di dollari: tali costi saranno compatibili con la crisi mondiale, con gli scenari geopolitici futuri così incerti, con i conflitti che si delineano? Già oggi le banche statunitensi e Wall Street sono tutt’altro che inclini a prestare i fondi necessari, a meno che i prestiti non siano garantiti dal Governo Federale: «secondo l’industria nucleare il Governo dovrebbe proteggere gli investitori nel caso i progetti iniziali andassero male», riportava il Washington Post del 5 settembre 2007 con il significativo sottotitolo: «Il finanziamento, più che la sicurezza, sembra il fattore chiave che determinerà se i progetti procederanno». Il Wall Street Journal del 12 maggio 2008 denunciava che l’aumento dei costi previsti per le centrali nucleari progettate «sta causando qualche shock imbarazzante: da 5 miliardi di dollari a 12 miliardi per un impianto, fra il doppio e il quadruplo delle prime stime»! [Keith Johnson, “It’s economics, stupid: nuclear power’s bogeyman”, 12/05/2008]. Recentemente Amory Lovins, direttore scientifico del Rocky Mountain Institute, ha commentato: «Sostanzialmente, possiamo avere tante centrali nucleari quante il Congresso sarà capace di far pagare ai contribuenti. Ma non ne avremo nessuna in un’economia di mercato».
Di fatto è quello che si sta verificando nella costruzione del reattore EPR di III generazione a Olkiluoto, in Finlandia, che ha accumulato un ritardo di più di due anni nella costruzione, con un aumento dei costi di più di 2 miliardi di euro. È significativo che i motivi principali sono di ordine tecnico (e si sono verificati anche nella costruzione del reattore a Flamanville, che per questo era stata interrotta), e cioè la difficoltà per le aziende costruttrici di soddisfare le caratteristiche tecniche eccezionali richieste da una centrale nucleare: qualità delle saldature, del cemento, dell’acciaio, ecc. Che cosa accadrebbe in Italia? Basta ricordare che Italcementi ha fornito cemento fasullo per le Grandi Opere (per fare un paragone, i costi chilometrici dell’Alta Velocità ferroviaria in Italia risultano in media cinque volte superiori a quelli delle analoghe tratte in altri paesi). Il governo si era impegnato ad indicare le localizzazioni per la fine del 2008, ma ha evidentemente incontrato qualche difficoltà (et pour cause!). La Regione Emilia Romagna si è dichiarata contraria alla riattivazione del sito della Centrale di Caorso.

Non posso concludere questa disamina senza accennare a quello che in fondo io ritengo l’argomento dirimente: l’intrinseco, ineliminabile dual-use della tecnologia nucleare, che sembra preoccupare solo quando si tratta della Corea del Nord o dell’Iran (perché il Brasile ha realizzato la tecnologia dell’arricchimento senza che nessuno fiatasse; e il padre della bomba pachistana, Kahn, ha avuto aiuti da cani e porci, come è emerso anche dallo scandalo delle spie svizzere Urs e Marco Tinners, al soldo della CIA). Sarà davvero il caso di diffondere in questo pazzo mondo la tecnologia nucleare? La Corea del Nord, che non è un gigante tecnologico, nel 2005 è uscita dal TNP (legittimamente, con tre mesi di preavviso), ha riattivato un piccolo reattore, ha ritrattato il combustibile, e nel 2007 ha eseguito un test nucleare. La IAEA valuta che siano più di 30 i paesi che hanno la capacità di costruire la bomba. Abbiamo prodotto nel mondo circa 3,000 tonnellate di plutonio, uranio altamente arricchito, attinidi: sarebbe il caso di fermarsi.

(25 febbraio 2009)

sabato 7 giugno 2008

Nucleare: il punto di J.Rifkin


UNA fatica inutile. Perché se anche rimpiazzassimo nei prossimi anni tutte le centrali nucleari esistenti nel mondo, il risparmio di emissioni sarebbe comunque un'inezia. Un quarto di quel che serve per cominciare a rimettere le briglie a un clima impazzito. Jeremy Rifkin non ha dubbi: quella atomica è una strada sbagliata, di retroguardia. Come curare malattie nuovissime con la penicillina. E non c'è neppure bisogno dei campanelli di allarme tipo Krsko per capirlo.

Basta guardare i numeri senza le lenti dell'ideologia. Proprio l'attitudine che, in Italia, scarseggia di più per il guru dell'economia all'idrogeno. Si vedrebbe così che l'uranio, come il petrolio, presto imboccherà la sua parabola discendente: ce ne sarà di meno e costerà di più. E che il problema dello smaltimento delle scorie è drammaticamente aperto anche negli Stati Uniti dove lo studiano da anni. "Vi immaginate uno scenario tipo Napoli, ma dove i rifiuti fossero radioattivi?" è il suo inquietante memento. Meglio puntare su quella che lui chiama la "terza rivoluzione industriale".

L'incidente all'impianto sloveno arroventa il dibattito italiano, a pochi giorni dall'annuncio del ritorno al nucleare. Cosa ne pensa?
"Ho parlato con persone che hanno conoscenza di prima mano dell'incidente, e mi hanno tranquillizzato. Non ci sono state fughe radioattive e il governo ha gestito bene tutta la vicenda. Ho lavorato con l'amministrazione Ljubljana e posso dire che hanno sempre dimostrato una leadership illuminata nel traghettare la Slovenia verso le energie rinnovabili. Non posso dire lo stesso di tutti i paesi europei, ma posso lodare le politiche energetiche di Ljubljana".

Superata questa crisi, in generale possiamo sentirci sicuri?
"Il problema col nucleare è che si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl".

Il governo italiano ha confermato l'inizio della costruzione delle nuove centrali entro il 2013. Coerenza o azzardo?
"Non capisco i termini della discussione in corso in Italia. Amo il vostro paese, lo seguo da anni ma questa volta mi sento davvero perso. I sostenitori dicono: il nucleare è pulito, non produce diossido di carbonio, quindi contribuirà a risolvere il cambiamento climatico. Un ragionamento che non torna se solo si guarda allo scenario globale. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell'energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. Ora, per avere un qualche impatto nel ridurre il riscaldamento del pianeta, si dovrebbe ridurre del 20% il Co2, un risultato che certo non può venire da qui".

Un finto argomento quindi quello del nucleare "verde"?
"Non in assoluto, ma relativamente alla realtà, sì. Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull'ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale, la soglia critica che comincia a fare una differenza. C'è qualcuno sano di mente che pensa che si potrebbe procedere a questo ritmo? La Cina ha ordinato 44 nuove centrali nei prossimi 40 anni per raddoppiare la sua potenza produttiva. Ma si avvia ad essere il principale consumatore di energia...".

Ci sono altri ostacoli lungo questa strada?
"Io ne conto cinque, e adesso vi dico il secondo. Non sappiamo ancora come trasportare e stoccare le scorie. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi? L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili".

Ecoballe all'uranio, un pensiero da brividi. E il terzo ostacolo?
"Stando agli studi dell'agenzia internazionale per l'energia atomica l'uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. Come il petrolio sta per raggiungere il suo peak. I prezzi, quindi, andranno presto su. Ciò si ripercuoterà sui costi per produrre energia togliendo ulteriori argomenti a questo malpensato progetto. Aggiungo il quarto punto. Si potrebbe puntare sul plutonio. Ma con quello è più facile costruire bombe. La Casa Bianca e molti altri governi fanno un gran parlare dei rischi dell'atomica in mani nemiche. Ma i governi buoni di oggi diventano le canaglie di domani".

Siamo arrivati così all'ultima considerazione. Qual è?
"Che non c'è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell'acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L'estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l'acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l'erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata".

Se questi sono i dati che uso ne fa la politica?
"Posso sostenere un dibattito con qualsiasi statista sulla base di questi numeri e dimostrargli che sono giusti, inoppugnabili. Ma la politica a volte segue altre strade rispetto alla razionalità. E questo discorso, anche in Italia, è inquinato da considerazioni ideologiche".

In che senso? C'è un'energia di destra e una di sinistra?
"Direi modelli energetici élitari e altri democratici. Il nucleare è centralizzato, dall'alto in basso, appartiene al XX secolo, all'epoca del carbone. Servono grossi investimenti iniziali e altrettanti di tipo geopolitico per difenderlo".

E il modello democratico, invece?
"È quello che io chiamo la "terza rivoluzione industriale". Un sistema distribuito, dal basso verso l'alto, in cui ognuno si produce la propria energia rinnovabile e la scambia con gli altri attraverso "reti intelligenti" come oggi produce e condivide l'informazione, tramite internet".

Immagina che sia possibile applicarlo anche in Italia?
"Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".

Ci dica come si affronta questa transizione.
"Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un'opzione, ma un obbligo comunitario quello di arrivare al 20%: voi da dove avete cominciato? Oggi il settore delle costruzioni è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, domani potrebbe diventare parte della soluzione. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla".

Oltre che motivi etici, sembrano essercene anche di economici molto convincenti. È così?
"In Spagna, che sta procedendo molto rapidamente verso le rinnovabili, alcune nuove compagnie hanno fatto un sacco di soldi proprio realizzando soluzioni "verdi". Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia".

A questo punto solo un pazzo potrebbe scegliere un'altra strada. Eppure non è solo Roma ad aver riconsiderato il nucleare. Perché?
"Credo che abbia molto a che fare con un gap generazionale. E ve lo dice uno che ha 63 anni. I vecchi politici, cresciuti con la sindrome del controllo, si sentono più a loro agio in un mondo in cui anche l'energia è somministrata da un'entità superiore".

da Repubblica.it (7 giugno 2008)

sabato 31 maggio 2008

“Il miraggio nucleare tra interessi e propaganda”

Due fra i maggiori scienziati italiani spiegano perchè la decisione del governo di tornare al nucleare è completamente sbagliata da un punto di vista economico, politico e ambientale

- Cini: "Interessi e propaganda" *

- Parisi: "Il mondo va in direzione opposta" **


*Marcello Cini, professore emerito di Istituzioni di Fisica Teorica e Teorie quantistiche all'Università "La Sapienza" di Roma, spiega perchè la scelta del governo di tornare al nucleare è completamente sbagliata da un punto di vista economico, politico e ambientale.

Scarica (10' e 03'', 4,66mb)


**Giorgio Parisi è professore di Calcolo delle probabilità all'Università "La Sapienza" di Roma e membro della Nationa Academy of Science.

Scarica (6' e 35'', 3 mb)

Da MicromegaOnline

giovedì 29 maggio 2008

Carlo Rubbia - Intervista sull'energia nucleare 2


In una recente intervista, Carlo Rubbia ( premio Nobel per la fisica ) ( come Scajola ) ha dichiarato:

“Il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra”.

" Quando è stato costruito l’ultimo reattore in America? Nel 1979, trent’anni fa! Quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dallo Stato per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie”.

“ Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali."

" Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell’umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l’anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso”.

“C'è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.

"I nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l’energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente”.

Se è così semplice, perché allora non si fa?

“Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’è accaduto del resto per il computer vent’anni fa”. (30 marzo 2008)

venerdì 23 maggio 2008

Carlo Rubbia - Intervista sull'energia nucleare

GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.
Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?

"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".

Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?

"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".

Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?

"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".

In che cosa consiste?

"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?

"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".

Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...

"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?

"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...

"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".

Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.

"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".

Se è così semplice, perché allora non si fa?

"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".

(30 marzo 2008)

martedì 4 marzo 2008

L'era Nucleare?

Il Cavalier di Arcore ha detto che appena sarà al governo promuoverà da subito la costruzioni di queste benedette centrali nucleari! Non se ne vedeva proprio l'ora! Infatti quando votammo il referendum proprio per abolirle in Italia stavamo probabilmente pensando tutti a qualcos'altro. Ma si sa i referendum per i politici contano quanto il due di picche e la gente dimentica presto.
Il Cavaliere è persona incline a spararle grosse mirando all'insoddisfazione popolare, e questa minaccia-promessa gli si addice proprio (preciso: tutta la destra e probabilmente molti a sinistra son d'accordo con lui). Si lancia il bastone come col cane dicendo alle persone che c'è crisi energetica (vero), che non si puo' dipendere solo dagli approvvigionamenti di gas russi (vero anche questo ma se la soluzione son i rigassificatori c'è da star poco allegri - per informarsi su questo vi invito a guardare una vecchia puntata di Report in cui si trattava l'argomento), che c'è necessità di ridurre le emissioni inquinanti delle centrali odierne (giusto) infatti, ci dicono, le centrali nucleari sono a emissione 0 (ah! bella questa!).
Ora questi "miracoli energetici radioattivi" ce li fanno apparire come la Cura, la panacea dei problemi energetici, ma se si va a consultare chi sul tema ci capisce qualcosa (non un politico quindi) si scopre che come al solito dietro a questi proclamoni ci sta il solito castello di carte pronto a cadere con un soffio.
Ci dicono che sono un'alternativa alle inquinati e soprattuto scarse (oramai) fonti fossili da cui dipendiamo al 1000%, ma se si presta attenzione ci si accorge che anche l'uranio è una fonte fossile. Ed è stimato che se estratto a ritmi paragonabili a quelli odierni, in un arco temporale di circa 70 anni è destinato a finire.Buono, trovata la prima fesseria.
Ci dicono che ora si devono costruire centrali a tutto spiano. Ma non ci dicono che i costi di edificazione e messa in opera sono altissimi e sarebbero sostenibili solo da delle banche (che purtroppo però si guardano bene dal finanziarle per via dei rischi che porta il progetto) o da facoltosi privati che però dovrebbero attendere fior fior di anni prima di rivedere i miliardi spesi (o troviamolo un imprenditore disposto a rischiare di non rivederli i suoi soldi).
Ci dicono che risolveranno i problemi energetici. Ma poi si scopre che per poter arrivare a fornire un approvvigionamento energetico pari a quello attualmente fornito servirebbe di costruire qualcosa come 8000 (!) centrali sparse per il mondo. Vogliamo vedere quanto dura l'uranio? Io dico poco a questi ritmi.
E inoltre il problema dovrebbe essere risolto in tempi compatibilmente brevi, mentre per costruire un solo impianto servono una decina (se non di più) di anni. Previsioni accattivanti. Tra l'altro di uranio è ricca l'Africa. Un'altra buona scusa per massacrare definitivamente la popolazione di un paese da trasformare in una cava a cielo aperto.
E quindi si arriva alla mega fregatura. Proclama: le centrali nucleari sono a zero emissioni. Alleluja! Finalmente! Tiriamo un sospiro di sollievo! Eppure c'era qualcosa...un piccolo inghippo...Mi pare di ricordare che dalle centrali non esce solo energia e sorrisi ma barili e barili, e barili di SCORIE NUCLEARI RADIOATTIVE. Ops! e queste?!
Ah questo non si deve dire! Questo è un dettaglio da poco! Da qualche parte si nasconderanno! Io rimango allibito. Ma come si fa a non rendersi conto? Questi impianti paradisiaci nel momento in cui fossero messi tutti al lavoro in forze produrrebbero qualcosa come milioni di tonnellate di scorie. Cosa ne faremo? Noi che manco i rifiuti che facciamo in casa sappiamo gestire?? Chiaro li lasceremo ai posteri, e ai posteri dei posteri, e ai pronipoti dei posteri (se ci saremo ancora) visto che il plutonio ha un tempo di dimezzamento (chi ha studiato fisica sa di cosa parlo) di "solo" 12500 anni.Un'inezia.
E infine ma non ultima, un'altra minaccia più sinistra, ma molto interessante per un uomo di potere. E cioè che l'uranio arricchito che serve per far funzionare le centrali, guarda caso, è proprio lo stesso che serve per costruire le bombe atomiche. Eh si, a qualcuno non sarà sfuggito quello che sta accadendo in Iran.

Ora queste cose non le dico io. Non le ho inventate per far polemica. Sono ragionamenti fatti da persone un po' più affidabili (in termini di conoscenza della materia) del sottoscritto. Trattasi del prof. Carlo Rubbia, premio nobel per la fisica,
non il primo scemo che passa, da anni impegnato nella ricerca di fonti alternative (e chiaramente costretto a lavorare all'estero almeno fino all'arrivo di Prodi che l'ha rivoluto in Italia); di Jeremy Rifkin, economista, attivista e scrittore statunitense, autore di numerosi volumi che trattano dell'impatto che i cambiamenti scientifici e tecnologici hanno su economia,società e ambiente; del prof. F.M.Butera di Fisica tecnica ambientale al politecnico di Milano nonchè ricercatore in ambito di fonti rinnovabili.
Ciò che affermano queste persone non è il Vangelo, ma visto che da una parte abbiamo i discorsi di politici di chiara fama che per mestiere venderebbero l'anima per un voto e dall'altra fior fiore di professori, ritengo che un'attimo di riflessione sulle loro parole sia più che doveroso.
Anche perchè abbiamo l'obbligo di avere coscienza del fatto che cambiamenti climatici stanno avvenendo (indicativo che l'inverno di quest'anno sia stato registrato nei paesi scandinavi come il più caldo di cui si abbia notizia) e che possiamo veramente prevenire tutti i possibili danni incanalando le nostre forze e risorse verso progetti di ricerca seri, che possano portare un vero beneficio.
Prima di ritrovarsi a nuotare col pesce a tre occhi dei Simpson.

Allego i video di Carlo Rubbia recentemente intervenuto nella trasmissione Anno Zero (che invito a seguire) davanti ad un Casini balbettante, i video del prof.Butera (veramente ben fatti, guardateli tutti e 3!) e quello di Rifkin.

 
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