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giovedì 5 febbraio 2009

Mr. "Unpercento"

Le concessioni radiotelevisive costano al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l’uno per cento del fatturato che ne ottiene. Avete letto bene. Lo Stato italiano regala da anni alla Mediaset, attraverso RTI, il 99% degli introiti che ne ottiene. Solo l’uno per cento rimane allo Stato.

Le frequenze su cui Mediaset trasmette sono dello Stato italiano che le può dare in concessione a qualunque società ritenga. Mediaset o altre. La logica vorrebbe che la concessione porti principalmente soldi alle casse dello Stato, non ai privati. La ricchezza del signor Berlusconi, dell’imprenditore Berlusconi, deriva da una “graziosa” concessione ottenuta prima da Craxi con un una tantum annua ridicola e poi dal Governo D’Alema nel 1999, con la legge un per cento (pagina 32: legge 488, art.27 comma 9, del 23 dicembre 1999). Legge mai messa in discussione dagli altri Governi che lo hanno seguito, tra cui ovviamente i suoi.

Il signor unpercento è ricco e continua a incrementare le sue ricchezze in virtù di una legge che gli regalalegge parassitaria che toglie agli italiani, a tutti gli italiani, un reddito enorme, di loro competenza, per donarlo al presidente del Consiglio. Una vera rapina a norma di legge. letteralmente le frequenze radiotelevisive. Paga l’un per cento dei ricavi. Ma quale cittadino può avere in concessione un bene dello Stato pagando solo l’un per cento dei ricavi? Nessuno, se non Berlusconi. La legge che regolamenta le concessioni radiotelevisive va cambiata immediatamente. E’ una

Il Gruppo Mediaset vive alle spalle degli italiani. Nel 2007 ha fatturato oltre 4 miliardi di euro, di cui 2.5 miliardi derivanti da pubblicità delle Reti Mediaset. Invertiamo le percentuali: allo Stato il 99%, a Mediaset l’un per cento. L’Italia dei Valori presenterà un’interrogazione parlamentare su questo vero esproprio di reddito degli italiani da parte di Silvio Berlusconi.

P.s. Risultato Operativo 2007 del Gruppo Mediaset (EBIT): 1,49 miliardi di euro.

dal blog di Antonio Di Pietro

martedì 20 gennaio 2009

Gli Stati Uniti raccontano la RAI

C'è un gruppo di italiani sempre più nutrito che rivive il sapore degli anni '40 in un'atmosfera mediatica intrisa di vintage e nostalgia, e si informa sull'Italia leggendo cose scritte all'estero.
Come facevano i nostri nonni ascoltando di nascosto nelle cantine Radio Londra sotto l'occupazione nazista, sono molte le persone che aggirano l'informazione di regime leggendo gli articoli sull'Italia tradotti da "Internazionale", e consultando gli spazi della rete dedicati allo sguardo della stampa estera su quello che accade nello stivale.

Solo così si riescono a scoprire informazioni che il regime nasconde accuratamente dietro gli sbuffi dell'Annunziata o dietro i deliri di Petruccioli. Come l'articolo della rivista statunitense "Variety" sui costi delle fiction Rai, snobbato dalle nostre rassegne stampa ma tradotto e ripreso dai coraggiosi volontari di italiadallestero.info.

Leggendo l'articolo di Nick Vivarelli riportato su italiadallestero, troviamo i dettagli più succulenti del piano di produzione Rai presentato al consiglio d'amministrazione, e si scopre che "la televisione pubblica italiana sta pianificando di immettere quest'anno la notevole cifra di 400 milioni di dollari nella produzione di fiction nazionali", nonostante la Tv di Stato sia costretta dalla crisi a "tagliare i costi di almeno 150 milioni di dollari nel 2009, secondo il presidente Claudio Petruccioli".

Anche in periodo di crisi, se manca il pane il circo non può mancare: i politici da Berlusconi in giù hanno bisogno di spazi televisivi dove piazzare le loro protette e il popolo ha bisogno del suo oppio televisivo, una droga mentale fatta di "incantesimi", revisionismi biografici su Papa Pio XII già annunciati per il futurio e l'immancabile Don Matteo che ci fa rimpiangere i tempi in cui Terence Hill menava botte da orbi.

L'articolo non è una denuncia degli sprechi, ma una velata lamentela di Hollywood: "l'investimento sui prodotti americani è già scarso in RAI", come a dire che le fiction si potrebbero comprare all'estero già belle e pronte. Ciò nonostante, è una informazione doppiamente utile, sia perchè assente dai nostri teatrini mediatici, sia perchè ci permette di esercitare il diritto sacrosanto di sapere quali sono le politiche culturali e televisive realizzate a nome nostro da funzionari pagati con i soldi pubblici e tenuti a guinzaglio dai poteri politici.

Di fronte a tutto questo torna di attualità la campagna "informazione pulita", che chiede l'elezione pubblica, trasparente e diretta del Consiglio di Amministrazione Rai, per metterci dentro educatori, artisti, scrittori e rappresentanti del mondo della cultura eletti dai cittadini, che saprebbero creare una offerta televisiva capace di sviluppare l'intelligenza dello spettatore anziche' insultarla. (Per aderire: http://www.giornalismi.info/ip)

Per scoprire gli assurdi sprechi di chi chiede "di tutto, di più" solo per gestire denari e favori mentre il pubblico rincitrullisce, l'informazione commerciale non mi è servita a nulla. La chiave d'accesso è stata italiadallestero.info, dove un gruppo di italiani residenti all'estero e provenienti dagli ambienti più disparati si sono organizzati per offire uno "specchio telematico" pubblico e gratuito dove poterci osservare nel riflesso della stampa estera, e il paese che appare in questo specchio è molto diverso da quello che troviamo sulle cronache tricolori.

Tra i redattori e i traduttori di questo sito c'è gente che fa ricerca scientifica in fisica, biochimica, oncologia, aerodinamica dei propulsori, e vive in Svizzera, Usa, Germania, Svezia, Danimarca, ma anche precari, insegnanti e freelance che vivono in Italia e sono allergici al cronico provincialismo dei nostri media.

Sfogliando i loro profili mi ha colpito molto una affermazione di Alessandro Marinoni, che coordina il gruppo di traduttori dal francese, vive in Svizzera e tiene sott'occhio la stampa elvetica, francese e canadese. Il suo impegno volontario su quel sito è mirato a "dare la possibilità a coloro che non parlano una lingua straniera di poter accedere a quel tipo di giornalismo che ormai in Italia sta lentamente ma inesorabilmente scomparendo".

Si conferma ciò che ho sempre saputo: i pezzi di buon giornalismo in Italia sono a rischio di estinzione come i panda, e fortunatamente c'è chi tenta di preservarne qualche esemplare anche in condizioni di cattività. Onore al merito a questa WWF dell'informazione.

L'articolo tradotto - L'articolo originale

martedì 7 ottobre 2008

martedì 16 settembre 2008

La politica delle puttane





"Vilipendio" - di Sabina Guzzanti
"Intervista a Roberto Scarpinato" (autore del libro "Il ritorno del Principe")
"Governare col trucco" - di Concita De Gregorio
"Marco Travaglio a Vasto" (convegno dell'IdV)



***

La fabbrica del consenso
di Peter Gomez



Vignetta di NatangeloIl consenso di Silvio Berlusconi continua a salire. Dopo aver perso 12 punti in dieci giorni a luglio, in occasione dell'approvazione del Lodo Alfano e le polemiche intorno alle norme blocca-processi, i sondaggi segnalano che l'operato del premier viene oggi apprezzato dal 60 per cento degli italiani. Il Cavaliere insomma ha recuperato il terreno perduto e ne ha conquistato di nuovo.
È difficile dare torto agli elettori. Le opinioni si formano sulla base di quello che le persone sanno. E ciò che comunemente si conosce dell'azione di governo basta e avanza per promuoverla: i rifiuti di Napoli sono spariti, la cordata italiana per Alitalia c'è e non ha ancora spiccato il volo solo perché quei "cattivoni" dei sindacati si sono messi di traverso, sulla sicurezza si è intervenuti annunciando che l'immigrazione clandestina diverrà reato così come la prostituzione in strada.

Gli italiani sono insomma stati raggiunti da messaggi semplici, immediatamente comprensibili, che apparentemente testimoniano un'inversione di tendenza rispetto al passato quando ogni governo era squassato da lotte intestine e sconcertanti prese di posizione di ogni partito facente parte delle varie coalizioni. Il fatto poi che l'opposizione (il Pd) continui a ripetere che è disposto al dialogo su tutto, sempre che le proposte del governo siano sensate, finisce per ammantare l'esecutivo di un'ulteriore aurea di serietà.

In realtà di serio in questo governo ha ben poco. Anche a volerlo guardare con gli occhi di un elettore del centro-destra, finora agli annunci non sono seguiti provvedimenti concreti. Il reato di immigrazione clandestina, come è noto ai frequentatori di questo blog, non esiste: è stato semplicemente introdotto il reato d'ingresso illegale nel nostro paese che permetterà di mandare nelle già sovraffollate galere poche decine d'immigrati sorpresi in flagranza mentre stanno entrando in Italia. Idem per la prostituzione in strada. Chi è davvero convinto che le peripatetiche e i loro clienti vadano puniti con il carcere può solo restare deluso dallo scoprire come per loro sia previsto l'arresto per 15 giorni. Chi, non senza ragione, sottolinea il disastroso ruolo svolto dai sindacati (assieme ai partiti) nella malagestio di Alitalia, resterebbe a bocca aperta se sapesse che, sfumata l'opportunità di Air France, il salvataggio della compagnia di bandiera costerà un miliardo di euro alla collettività (cioè in tasse, o in tagli in altri settori, a partire dalla scuola pubblica) e biglietti aerei molto più cari di oggi (fino al 40 per cento).

Per quanto riguarda i rifiuti, infine, c'è da chiedersi che cosa accadrebbe se i tg riprendessero le notizie di "Libero" (non de "Il Manifesto") secondo le quali buona parte della monnezza napoletana finisce adesso nelle discariche lombarde. O se qualcuno si degnasse di ricordare che il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, coordinatore regionale di Forza Italia, vanta una parentela acquisita con il boss del clan dei casalesi Giuseppe Russo, detto Peppe O' Padrino. E che quindi la passeggiata di Berlusconi sottobraccio a Cosentino per le strade di Napoli, fatta in occasione dell'ultima visita del premier nel capoluogo parteneopeo, ha rischiato di essere quantomeno equivocata dalla camorra.

Visto l'attuale panorama dei media è velleitario pensare che tv e giornali queste cose le dicano spontaneamente. È l'opposizione invece che dovrebbe ricordarle. E dovrebbe farlo ogni giorno, con costanza, utilizzando sempre le stesse parole. I concetti, anzi le informazioni, dovrebbero essere ripetuti mille volte, in ogni occasione possibile. Dovrebbero diventare una sorta di tormentone mediatico in grado di suscitare polemiche e dure prese di posizione. Perché nello scontro Berlusconi perde (vedi i sondaggi di luglio), col dialogo vince. Sempre.


lunedì 28 luglio 2008

Bossi e Barbarossa

di Francesco Merlo

Bossi che spiega la storia agli storici e ispira e orienta una fiction storica della Rai può persino suscitare ammirazione, la stessa che suscitano gli acrobati, o quelli che corrono senza gambe, o ancora certi geniali imbonitori dei mercati del Sud ai quali l'Umberto sempre più somiglia anche fisicamente, quelli che vendono orologi patacche "che segnano le ore di tutti e sette i continenti: Palermo-Roma-Tokio".


Sicuramente adesso meglio si capisce perché i leghisti vanno a testa bassa contro i saperi accademici, contro i professori e ovviamente contro l'alfabeto. Considerano infatti "la cultura italiana" la loro vera antagonista. E le contrappongono una università a prezzi bassi e a poca fatica, a diti medi e a insulti sbavati, di cui Bossi è il rettore magnifico, le aule sono al bar, le ore di insegnamento e di elaborazione sono quelle delle pause pranzo, e la rivista scientifica di riferimento è l'autorevolissima Tv Sorrisi e Canzoni.

A questa versione padana della famosa 'Theory and History' lo statista imperial comunal Umberto Bossi ha dunque affidato le sue riflessioni su Alberto da Giussano del quale dice di essere la reincarnazione metempsicotica mentre l'odiato Barbarossa "oggi è lo Stato italiano", vale a dire - aggiungiamo noi - Bossi stesso, che ne è ministro. Nessuno infatti gli ha ancora spiegato che lo Stato è l'insieme dei ministri, di tutti quelli che amministrano, in nome del bene pubblico, gli spazi sociali.

Comunque sia, Bossi ha spronato alla 'padanerià militante - vale a dire a portare sullo schermo la ribellione contro la schiavitù all'Italia - i tecnici, gli attori e i registi del Barbarossa, la prima fiction di ispirazione bossiana, mostrandosi orgoglioso che finalmente la Rai riscriva o meglio scarabocchi la storia come vuole il catechismo leghista. Ed è una prostituzione intellettuale che mai era stata esercitata così in ginocchio, un vero 'monicalevinskismo' culturale al quale non era mai arrivata né la Rai della Dc e delle censure né quella ideologicamente piegata a sinistra di Tele-Kabul e poi del politicamente corretto. Davvero con le fiction di partito i dirigenti della Rai raschiano il fondo della volgarità spartitoria ma anche della stupidità culturale.

E bisogna infatti dire che il primo a ridere del Bossi colto, a riderne a crepapelle, (e ovviamente a bocciargli il figliolo e quella sua ormai famosa tesi scolastica sul federalismo di Cattaneo) sarebbe stato lo stesso Cattaneo che si batteva "per la Nazione delle intelligenze la quale abita tutti i climi e parla tutte le lingue", tranne quella sguaiata del geniale saltimbanco padano. Mentre Alberto da Giussano, che aveva bisogno di menti sane e corpi robusti, di guerrieri responsabili e non di fantasmi, avrebbe avuto pietà di lui e lo avrebbe mandato nelle retrovie affidandogli l'intrattenimento comico del popolo in armi contro il Barbarossa.

Al contrario la Rai, che - vale la pena ripeterlo - mai era stata così pacchianamente e miserabilmente partitocratica, invece di consegnarli una sezione del cabaret politico magari in concorrenza con Grillo, gli ha affidato quell'università popolare che è la fiction in costume, il romanzo storico alla Manzoni o alla Walter Scott.

E tutti capiscono che solo in Italia uno dei tanti ignoranti di talento, il Celentano dello Stato, può produrre storiografia e spiegare a tutti gli storici, da Gioacchino Volpe a Delio Cantimori, e ovviamente ai grandi medievisti Cardini e Le Goff chi era veramente Alberto da Giussano e quanto ce l'aveva duro, e chi era veramente Federico Barabarossa e quanto ce l'aveva moscio; e poi i comuni, il Papa, i guelfi e i ghibellini...

Ma il paradossale mistero rivelato dalla fiction sul Barbarossa non è che la Lega pensi che l'università sia un covo di boiardi e neppure che la Rai abbia oltrepassato i limiti della dignità e nemmeno che Bossi eserciti la sua proverbiale fantasia imbrogliona. Ciò che rimane ancora incomprensibile è perché i famosi imprenditori del Nord debbano sopportare una simile rappresentanza culturale di se stessi.

Davvero per difendere gli interessi economici della cosiddetta borghesia settentrionale bisogna mettere in piedi questo teatrino dei pupi? Perché l'imprenditore veneto deve avere come intellettuale organico un piazzista politico, un uomo senza professione, un geniale pataccaro? Perché una della grandi borghesie regionali d'Europa, che pure ha prodotto la migliore cultura d'Italia, deve permettere che il suo immaginario intellettuale e storico si popoli di queste fetecchie, di questa monnezza che puzza molto più di quella di Napoli? Ecco dove sta nascosta la verità di questo Barbarossa televisivo e del Bossi che ha scoperto - nientemeno - la storia.

(28 luglio 2008) da Repubblica.it

mercoledì 23 luglio 2008

La bella tv dell'estate


Che l'estate televisiva raggiunge il suo vertice di delirio creativo lo capisci quando su un palco issato su una piazza di paese vedi tutti insieme il crine selvatico di Massimo Giletti, ballerine che s'agitano volteggiando con un pupazzo di neonato in braccio, cantanti pop ultrasiliconate inneggiare all'Altissimi puntando letteralmente il ditino verso l'alto e vario notabilato locale che parla della "spiritualità" delle proprie terre. Ebbene sì, è la nona edizione dello spettacolo benefico "Una voce per Padre Pio", dove - dopo Little Tony che fa la mossa alla Elvis (con la differenza che quello cantava My Way e questo ulula in playback una strapazzata melodia straitaliana) - viene proposta in prima serata, davanti a vari milioni di spettatori superstiti, di cui molti ipotetici pagatori di canone Rai, un nuovo straziante "evento prodigioso" ad opera del Santo dalle sanguinose stimmate: c'è un signore, oggi sessantenne, che quando era bimbetto guarì d'improvviso da una malattia fulminante, nello stupore generale. Perché? Ovvio: perché il papà del medesimo aveva tenuto una fotografia di Padre Pio sotto il cuscino. "Solo la Chiesa potrà stabilire se questo evento potrà effettivamente essere considerato un miracolo", s'impone di aggiungere dall'alto della sua sgargiante cravatta il Giletti, bontà sua, massima espressione di laicità televisiva nell'anno domini 2008.

Lasciamo stare che avevamo appena terminato di vedere le aspiranti "Veline" - ragazzine scosciate obbligate a fare prove demenziali di fronte ad un numero ancor maggiore di ascoltatori - lasciamo stare che in contemporanea Gasparri chiamava "cloaca" il Consiglio superiore della magistratura, dimentichiamo le previsioni della Coldiretti che ci annuncia che le scorte di pane tra qualche mese potrebbero terminare (facendoci rimpiombare in uno scenario da dopoguerra), lasciamo perdere il crollo dei salari, l'assalto ai principi costituzionali, il rispolvero razzista delle impronte digitali... quel che la televisione preferisce raccontarci come cosa praticamente indubitabile è che ci sono i miracoli. Signore attempate che tengono in mano il loro santino consunto dal tempo, racconti vividi di medici increduli che corrono inutilmente su e giù (la scienza) e del sorriso del medesimo santo che dà un buffetto al bambino una volta riportato alla vita dopo una dura battaglia contro le forze del Male (la Verità)... il tutto certissimo e indiscutibile (a parte l'obbediente accenno del fascinoso conduttore all'autorità della Chiesa), il tutto condito con qualche rimasuglio dei peggiori Sanremo della nostra vita, con ballerine improbabili, con una manciata di politici locali in prima fila (cosa abituale nel nostro paese, sempre rimasto feudale) e con una squadriglia di preti che ci parlano di come il petto del santo di cui sopra fu trapassato da una sorta di lama proprio come capitò a Gesù sulla croce. Sì, si sa, è un elemento tragicamente moderno il connubio tra spettacolo e miracolistica, come insegnano le televisioni via cavo dei predicatori americani alla Benny Hinn, grandi scenari, denaro a fiumi, preghiere e raduni da stadio, immaginario ultrakitsch per un pubblico ultrapopolare, guarigioni fulminee da malattie spaventose, folle adoranti... Solo che quello è un canale satellitare (Trinity Broadcasting Network, che in chiaro potete vedere anche su Teletevere), questo è il primo canale della televisione pubblica (immaginario ultrakitsch e promesse mirabolanti, plauso delle folle, nani e ballerine? Sì, ricorda vagamente la comunicazione politica di Re Silvio IV...).

Poi, come capita sempre in questi casi, è pure vero che lo spettacolo abbia in sé tutte le stimmate (scusate la metafora) della comicità: dalla conduttrice, la ex cantante Tosca d'Aquino, che chiama "Little" il celebre emulo di Elvis, come se "Tony" fosse il suo cognome, al Giletti che s'aggira tra i monumenti di Petrelcina con aria quantomai ispirata, e per non farci mancare nulla le truci immagini della riesumazioni del corpo di Padre Pio seguite dall'ululato della cantante Mietta. E' così che la televisione si dice "servizio pubblico": tra vagonate di pubblicità altrettanto miracolistica, efferati delitti dove le vittime innocenti vengono ulteriormente vampirizzate fin nell'intimo più intimo e così il dolore dei loro familiari, ennesime puntate di serate vespesche dedicate ai palpitanti amori, repliche infinite di sceneggiati con carabinieri simpaticissimi e poliziotti tutti d'un pezzo. Fa impressione che nel frattempo il Garante si risvegli dal torpore e dichiari, col caldo che fa, che la Rai debba essere liberata "dalla morsa dei partiti", senza essersi accorto, nel frattempo, di quanto, a giudicare dalla tv, si sia spostato il senso comune. Niente paura, nel frattempo abbiamo un'altra piazza estiva in prima serata sul canale numero uno, altre conduttrici dal seno vibrante e dalla chioma vaporosa, altri cantanti, altri miracoli (o miracolati), tra i quali svetta il mitico cantore del Grande Capo, l'indomito Apicella dall'ugola verace come la pummarola, segno oramai temiamo indelebile degli oscuri tempi che viviamo.

di Roberto Brunelli

leggi anche "Una mattina mi son svegliato" di G.Sestini - Micromegaonline

venerdì 30 maggio 2008

Ave, compagno Silvio

Edmondo Berselli osserva su Repubblica che «negli ultimi giorni si è assistito a un fenomeno straordinario di conformismo verso il nuovo potere... turiboli d'incenso sparsi per celebrare la liturgia del grande ritorno», ennesimo sintomo dell'«ineffabile amore di buona parte delle élite italiane per qualsiasi potere, purché forte e spregiudicato», che «riversa sul centrodestra un'onda di consenso aprioristico, non condizionato dalla verifica dei risultati attesi. Un consenso "a prescindere"». Berselli ce l'ha con la non-opposizione del Pd (i «diversamente concordi», Ellekappa). Ma poi, mentre il Pd si oppone un pochino alla legge salva-Rete4, ecco un editoriale di Liberazione dal titolo: «Ma chi se ne frega di Rete4». È il solito benaltrismo dei compagnucci della parrocchietta, non a caso recentemente estinti. Per loro il problema è sempre un altro. Non è il monopolio berlusconiano delle tv, cioè della non-informazione, dell'immaginario collettivo, del senso comune, della scala dei valori e soprattutto dei disvalori degl'italiani. Ma, com'è noto, è il modello di sviluppo, la globalizzazione, e naturalmente il Chiapas. Credo, anzi temo che chi sostiene questa bizzarra tesi non sia un venduto: temo sia in buona fede.
Chi si dedica con passione agli ultimi, ai temi dei salari, del precariato, dell'ambiente, della pace, della laicità, dei diritti civili, dell'antifascismo non ha ancora compreso che su questi fronti l'Italia non farà mai un solo passo avanti proprio perché questi temi - salvo qualche rara oasi di libertà - non appaiono mai in tv, dunque non diventano centrali nel dibattito politico e culturale, dunque «non esistono».
Chi lamenta la scomparsa della classe operaia dalle tv e dunque dai giornali e dalla politica dimentica che è frutto del monopolio tv, dei 6-7 palinsesti tutti uguali, della mancanza di pluralismo e di libero mercato. La battaglia per spedire Rete4 su satellite e trasferirne le frequenze a Europa7 non è un dispetto a Berlusconi o a Fede. E neppure, solo, una battaglia di legalità per rispondere a due sentenze della Consulta, a una della Corte di giustizia europea e a due procedure d'infrazione dell'Ue
(che, fra l'altro, ci costerebbero multe salatissime). È soprattutto una battaglia per aprire il mercato tv a un nuovo soggetto. Che non solo ha il sacrosanto diritto di praticare il suo business. Ma porterebbe pure un grande beneficio a tutto il Paese. Se i governi di destra e sinistra dal 1999 a oggi avessero fatto il proprio dovere, assegnando a Europa 7 le frequenze necessarie per esercitare la concessione regolarmente vinta (e persa da Rete4), da nove anni i cittadini potrebbero scegliere col telecomando un'emittente in più, oltre alle solite e sempre più simili Rai, Mediaset e La7. Non so che editore sia Francesco Di Stefano, perché nessuno gli ha mai dato modo di mettersi in gioco. Ma se non è proprio un fesso autolesionista immagino che avrebbe messo in piedi una tv radicalmente alternativa a quelle esistenti. Per pescare anzitutto nel serbatoio di quei 30 milioni che oggi tengono il televisore spento. Il suo interesse economico l'avrebbe spinto a dare al pubblico di Europa 7 ciò che Rai, Mediaset e La7, legate a filo doppio alla politica, non possono o non vogliono dare. Non avrebbe faticato a inventare un palinsesto e a trovare chi lo realizzasse: avrebbe ingaggiato Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti, Fini, Beha, Freccerò e altri grandi professionisti più o meno noti, banditi per anni (e, in buona parte, oggi). Se non l'avesse fatto, avrebbe condannato la sua tv al più cocente fallimento. E sarebbe scomparso dalla scena, liberando le frequenze per qualcun altro più capace di lui. Se invece l'avesse fatto, avrebbe intercettato una gran voglia di informazione, di satira, di spettacolo diversi da quelli che siamo abituati a subire. E avrebbe rubato pubblico e pubblicità ai monopolisti di sempre. Naturalmente è proprio quest'eventualità che terrorizza il partito azienda e il sistema dei partiti, di destra ma anche di una bella fetta del centrosinistra. Ed è per questo che non l'hanno mai lasciato nemmeno provare, riuscendo persino a oscurare lo scandalo Europa 7. Così che, nel 2008, qualche compagnuccio mitridatizzato dalla propaganda del monopolio sbuffasse in prima pagina: «Chi se ne frega di Rete4». Missione compiuta.

Ora d'aria, M.Travaglio 28/05/08

martedì 13 maggio 2008

Clima disteso...un corno



Non si fa che sentire, in serata, che il clima politico appare finalmente disteso, senza tafferugli. E il merito viene attribuito da una parte al "bel discorso" del neo-presidente del Consiglio(/Imperatore) che ha trovato tutti, maggioranza e opposizione, plaudenti e contenti. Dall'altra al fatto che non ci sia più quella componente radicale (siniostrorsa, perchè a destra di estremisti ce ne sono eccome, vedi il buon Ciarrapico) che tanti fastidi aveva creato in passato.
Tutti i Tg lodano questo trenino felice, e anche i programmi radio non sono da meno: Aldo Forbice conduttore di "Zapping" (quello per intenderci che recentemente dopo una domanda di un'ascoltatore nel post-V2Day, ha definito come "fessi" tutti i cittadini che vanno dietro alle affermazioni di Grillo. Bel professionista non c'è che dire) ha pure concordato sulla positività della situazione - commentando quanto era bello vedere che destra e sinistra si scambiavano i complimenti a vicenda. La nota stonata per il Dr.Forbice veniva guarda caso da quel rompiscatole di Di Pietro che al solito non si fa abbindolare dai bei discorsi del Cavaliere e si dissocia vibratamente dalla festa.
Verrebbe da dire meno male. Perchè francamente dopo tutte le esperienze di potere berlusconiano a cui siamo stati sottoposti c'è da chiedersi chi è ancora in grado di credere ad una sola parola uscita dalla bocca del vecchio Silvio.
Egli ha descritto il paese da sogni e di balocchi che vorrebbe ma non ha indicato come fare per realizzarlo. Il suo discorso – pieno di “ma anche” è apparso solo un esercizio di equilibrismo per farci stare dentro tutto ed il contrario di tutto, nella speranza di ingraziarsi maggioranza e opposizione, Nord e Sud, lavoratori e datori di lavoro, imprenditori e sindacati, parti sociali deboli e poteri forti, pacifisti e guerrafondai, rigoristi e scialacquatori.
Dice di volere il dialogo ma ad una voce sola: la sua! E chi non la pensa come lui “peste lo colga”: è solo un qualunquista, un forcaiolo, un populista, insomma un disturbatore del manovratore da isolare e condannare.
Per rendersene conto basta rileggere il suo discorso, pieno non di proposte di governo ma di “eclatanti omissioni” su questioni chiave, come il rilancio della lotta all’evasione fiscale, la funzionalità della giustizia, la trasparenza dei mercati, la pluralità dell’informazione, la lotta alla “Casta”, gli sprechi nella pubblica amministrazione, la lentezza e la farraginosità della burocrazia, la questione della Rai come servizio pubblico, la scandalosa vicenda Europa/-Rete4 ed il connesso rispetto delle Direttive e delle sentenze degli organismi di controllo.
Sempre in giornata era possibile imbattersi su La7 nel programma condotto da I.D'Amico (quella del reality "Campioni"-si-fa-per-dire, protagonisti i brocchi del Cervia) in cui era presente l'educatissimo ex Assessore alla cultura di Milano, Vittorio Sgarbi. Ex perchè è notizia di questi giorni il suo licenziamento da parte del sindaco Moratti (tranquilli mal che vada lo ritroviamo in parlamento). Ospite insieme a lui un altro "pezzo pregiato" l'On. M.Gasparri. Il quale - e qui viene il bello - discorreva piacevolmente con Sgarbi, ridendo e scherzando di questa facezia, con affermazioni tipo "Non mi aspettavo che ci mettesse cosi tanto (la Moratti)" oppure "Ci siamo spesso trovati in disaccordo, ma che vuoi...". Il tutto in un bel clima allegro. Nessuno che facesse notare la gravità della cosa, un licenziamento dovuto a quella volgarità che è proprio la bandiera di Sgarbi, per lo spettacolo pietoso dato ad Anno Zero insultando tutti i presenti in studio (soprattutto Travaglio). E' stato licenziato lui, che poveretto voleva la chiusura del programma e magari una nuova epurazione, oltre ovviamente alla testa di Grillo. Lui è stato licenziato, rimanendone stupito: si era così sperticato nel tentativo di difendere i personaggi che venivano "pesantemente" offesi dalla cricca di Santoro! Stavolta i giochetto non ha funzionato Vittorio.
Tutto questo viene detto all'indomani della incredibile polemica scaturita dalle affermazioni di Travaglio da Fabio Fazio a "Che tempo che fa". Tutti i signori politici (tranne Di Pietro) hanno espresso solidarietà col "povero" Schifani, ma nessuno di loro, compreso chi era chiamato in causa, ha ribattuto nel merito i fatti citati dal giornalista. Ancora più belle sono le affermazioni di un giornalista come D'Avanzo di Repubblica che afferma che Travaglio ha sbagliato perchè doveva essere più preciso nel riportare tutti i fatti, spiegando per bene le tempistiche in cui si sono svolti. Purtroppo però le affermazioni erano complete e servivano a farci semplicemente sapere che Schifani (quello che fa le veci del Capo dello Stato in sua assenza!) era in rapporti di affari con due persone che sono state condannate per mafia. Cosa che invece nessuno ci aveva più ricordato, guarda caso, quando invece sarebbe servito saperlo. Insomma le notizie vanno bene, ma solo se non sono date da Travaglio che pecca sempre, o di troppa precisione o di troppa poca.
E diciamolo (per fortuna) rompe proprio i coglioni, vero giornalisti timorosi/timorati?

Link alla risposta di Travaglio a D'Avanzo, su Repubblica.it

Contraddittorio contestuale

Al giornalista Marco Travaglio è stato fatto carico da più parti di non avere rispettato la regola del contraddittorio, esprimendo, durante il programma Rai “Che tempo che fa” condotto da Fazio, valutazioni critiche sul presidente del Senato Schifani in sua assenza. Questa linea di pensiero non è condivisibile perché è estranea al nostro ordinamento giuridico ed è pericolosa per la libertà di manifestazione del pensiero.La contestualità del contraddittorio non è prevista da alcuna norma.
Anzi, il fatto che la legge preveda il diritto di rettifica sta a significare che per il nostro ordinamento è normale la replica successiva. Imporre il contraddittorio contestuale significa introdurre un limite preventivo all’informazione giornalistica, in contrasto con l’art. 21 della Costituzione. Interpellare preventivamente la persona oggetto di informazioni critiche è una buona regola da seguire quando vi sia ragione di ritenere che questi possa contribuire al completamento dell’informazione con notizie utili. Il mancato rispetto di questa regola comporta però soltanto la conseguenza che, ove per il mancato interpello dell’interessato l’informazione risulti incompleta e non veritiera, il giornalista potrà essere chiamato a rispondere dell’omissione.In questo caso Travaglio ha fatto riferimento a notizie pubblicate in due libri, contro i cui autori Schifani non risulta avere presentato querela per diffamazione. Ora che il presidente del Senato ha deciso di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria, sarà questa a stabilire se Travaglio abbia riferito notizie false e diffamatorie.In attesa della pronuncia dei giudici, egli non può essere processato in sede aziendale per non avere rispettato regole che non esistono, tanto più che nessuno è in grado di affermare che le notizie da lui riferite non siano veritiere.

Domenico D'Amati

lunedì 12 maggio 2008

Siamo tutti Marco Travaglio (se siamo ancora democratici)


A occhio e croce perfino Anna Finocchiaro, da giovane, per via di frequentazioni comuniste, dovrebbe aver letto Antonio Gramsci. E se non lo ha letto non ha potuto fare a meno di inciampare sulla frase più famosa del leader antifascista, citata infinite volte in ogni contesto: la verità è rivoluzionaria. Del resto, i grandi dissidenti dell’est hanno sempre caratterizzato il regime del totalitarismo sovietico e dei suoi satelliti come i paesi della menzogna dispiegata. E Hannah Arendt, che di totalitarismi qualcosa capiva, ha insistito incessantemente che per una democrazia la minaccia e il rischio totalitario cominciano quando governo e politici negano le “modeste verità di fatto”. Ora, quello che colpisce nel “caso Travaglio”, o almeno dovrebbe se nel nostro sciagurato belpaese fossero ancora attivi anticorpi di elementare democraticità, è che nessuno fin qui ha messo in discussione la realtà delle “modeste verità di fatto” puntualmente ricordate da Marco Travaglio. L’alluvione di attacchi, vaderetro e altre contumelie utilizza ogni arma della più vieta retorica, ma il servo vituperio tace fragorosamente sull’unica questione che conti: lo statuto verità/falsità di quanto Travaglio, da modesto cronista quale si presenta e rivendica, ha puntualmente riferito. Nel variopinto sabba delle scuse che tutti si sentono in dovere di sciorinare per l’indicibile che Travaglio, da giornalista-giornalista, ha invece detto, pesa come un macigno l’unica scusa che latita: quella verso le “modeste verità di fatto”, degradate a opinioni, secondo un rituale antidemocratico che è già fuga dalla libertà e fuga dal giornalismo. Che è già e più che mai REGIME. Aspettiamo perciò che qualche voce non isolata e se possibile autorevole, dia voce ai principi elementari della democrazia. E’ vero che il coraggio, chi non lha, non se lo può dare, ma è ancora più vero che chi tace, di fronte a casi tanto gravi, incoraggia future censure e getta la sua pietra, o foss’anche il suo sassolino, nel linciaggio contro le libertà liberali.
Paolo Flores D'Arcais

venerdì 9 maggio 2008

Tutti sotto ipnosi


C'era Flavio Insinna, l'altra sera, con una fiction che andava in onda dopo il giochetto a quiz condotto dallo stesso Insinna sulla stessa rete. C'era Fabrizio Corona, il "re dei paparazzi" rinviato a giudizi con l'accusa di vari reati tra cui estorsione, da Barbara D'Urso su Canale 5 la mattina, e c'era sempre lui la sera prima o la sera dopo su una qualche altra rete Mediaset a raccontare, chissà perché, "la sua verità". La D'Urso l'avevamo appena vista condurre lo show dei record, dove intervistava l'uomo più alto del mondo (già visto nella medesima trasmissione), così come Maria De Filippi raccontava i fatti suoi nel salotto di Paolo Bonolis, quando già sta tutti i giorni nel tinello proprio, quello di "Uomini e donne", mentre fino a poco fa la domenica ci induceva a quella palestra di reciproca sopraffazione giovanile che è "Amici".

A proposito, ogni domenica la Paola Perego ospita a "Buona Domenica" i concorrenti del Grande Fratello, i quali passano un'oretta a litigare tra di loro nonché con alcuni ex concorrenti del medesimo Grande Fratello, dopo che l'Italia intera s'è sorbita per mesi il quotidiano cazzeggio infinito del Grande Fratello, a sua volta rilanciato a pillole nella trasmissione "Mai Dire Grande Fratello". Il Cumenda, personaggio del medesimo reality show e famoso per essere il tale che una signorina laureata in medicina anche lei concorrente dello stesso spettacolo ha omaggiato di una prestazione sessuale manuale dinnanzi a decine di telecamere, per i suoi noti meriti sarà presto l'inviato della trasmissione "Lucignolo" e appare quasi ogni giorno in qualche altro anfratto della televisione privata, tra cui "Verissimo", dove è ospite fisso anche Alfonso Signorini, direttore del settimanale "Chi", che in questo numero intervista Gianni Alemanno, neosindaco capitolino. Il quale, peraltro, in questi giorni è stato in decine di programmi tv - di mattino, di pomeriggio, di sera - mentre Iva Zanicchi, Elisabetta Gregoraci e Sara Varone le vediamo tutte le domenica a Canale 5, qualche volta in compagnia di Donna Assunta Almirante.

La Gregoraci, a sua volta, qualche tempo fa ha fatto una capatina anche a "Il senso della vita", il programma del già citato Bonolis appunto, mentre il cantante Morgan si divide la scena con la Ventura alla gara per cantanti "X Factor", laddove un altro programma della stessa Ventura, "Quelli che il calcio", ospita una celebrata imitazione del medesimo Morgan. La cantante Nada, che qualche giorno fa era ospite dalla Lorena Bianchetti a "Domenica In", è ospite anche della nuova trasmissione di Ambra Angiolini, la quale a sua volta è ospite di Maurizio Crozza su La7. Tutti i giorni vediamo su Rai1 e Rai2 Cucuzza, Balivo, Infante replicare all'infinito temi fondamentali come "Padri a sessant'anni: è giusto?". Ilary Blasi la vediamo alle "Iene" su Italia1 e tutti i giorni in una pubblicità di telefonini, e così Claudio Bisio, la Littizzetto, Elena Sofia Ricci, che dai "Cesaroni" rimbalza su "Alice", in un'infinita coazione ad apparire e riapparire su tutti gli schermi italiani.

Potremmo continuare a lungo. La televisione italiana è il regno della ripetizione. Dell'ossessiva riproposizione delle stesse facce. Delle stesse storie. Una pervivace e ininterrotto costruzione di una realtà parallela, con le sue regole e le sue leggi, che finge di rappresentare in qualche modo la vita comune, ma ne è solo una abnorme e parziale deformazione.

La deformazione è in sé: va oltre l'intenzione di tale o tal'altro personaggio. Produce una sorta di ipnosi: quella per cui la primaria fonte di informazione e conoscenza per milioni e milioni di italiani si muove esclusivamente su un palcoscenico (peraltro virtuale) piccolino picciò, minuscolo, abitato da pochissimi volti, una manciata di persone al massimo, una ghenga di pochi intimi... E poi c'è tutta la televisione che non c'è. Non c'è quasi niente del mondo, quasi quasi non ci sono nemmeno i film, quasi quasi non ci sono gli scrittori, quasi non ci sono musicisti (se non quelli delle bande che fanno le musichette di sottofondo e gli stacchetti), quasi non c'è l'innovazione, sicuramente non c'è la scuola (se non quando un bullo lancia un compagno dalla tromba delle scale riprendendolo col telefonino), non ci sono gli stranieri immigrati, non c'è la cultura... c'è solo una realtà molto angusta a rappresentare i miseri confini mentali dell'Italia di oggi.

R.Brunelli

P.S C'è anche chi, legittimamente, pensa che la televisione non incida più di tanto nelle scelte, nella cultura, nel comun pensare dei cittadini. Curioso questo fatto.

P.p.s Ecco il link alla puntata di Anno Zero "La peggio gioventù" dell' 8/5/08



giovedì 8 maggio 2008

La peggio gioventù

Oggi in tv ho visto Anno Zero. Oggi in tv ho visto la peggio gioventù.
Ho visto orde di ragazzi ammazzare loro coetanei senza un motivo, in nome di una violenza senza senso. Eppure tutti accomunati sotto un unico segno, che come ricordava la madre di un altro giovane a cui è toccata la stessa tragica sorte, non dobbiamo aver paura di chiamare per nome: fascismo.
Ho visto ragazzi vuoti, senza ideali se non quello di scappare da non si sa cosa, per rifugiarsi nel miraggio del facile guadagno e della finta popolarità offerta dal "Grande Fratello". E ragazze che non si facevano problema alcuno a rispondere affermativamente alla domanda "la daresti via per fare carriera nel mondo dello spettacolo?"
Ho visto ragazzi che di riflesso a questa idea dell'apparire a tutti i costi non hanno altro svago che quello di infilarsi in discoteca, di mostrarsi palestrati, di "esplorare nuovi mondi" drogandosi.
Ho visto ragazzi che mostravano con orgoglio le foto con i loro eroi: Fabrizio Corona, e proprio quei ragazzi che hanno vinto questi maledetti reality.
Ho visto genitori assenti, totalmente assenti per i loro figli, educati con un "fai quello che vuoi, basta che rimani sulla retta via". Niente regole, poi però i cocci si raccattano alla fine.
Ho visto come la tv possa sostituirsi in toto alla figura dell'educatore. E di come in questi anni abbia bombardato a tal punto le coscienze da imprimere a fuoco solo un modello: quello televisivo. Quello del nulla. Quello dei soldi facile, dell'impegno zero, del sogno meraviglioso. Ho visto l'ingenuità e forse la rassegnazione di chi vuole scappare da un mondo in cui è nato e che si è costruito intorno, ma di cui si è stancato.
Ma ho visto anche una tv, stasera, che finalmente mi proponeva qualcosa di diverso, un'altra visione. Una crepa nell'odiato conformismo.
A breve metterò il link alla puntata così che chi vuole possa vederla. Veramente, merita.


lunedì 5 maggio 2008

A futura memoria: Ecco cosa fare


Anzitutto trasformare in migliaia di mega-poster la foto del Politburo del Pd che circondava Walter Veltroni la sera della sconfitta: lì ci sono tutti i responsabili della disfatta che ha riconsegnato l’Italia a Berlusconi per la terza volta in 15 anni. Perché quello del 13-14 aprile non è stato un buon risultato in condizioni difficili, una mezza vittoria, un ottimo punto di partenza, una prova di aver avuto ragione: è stato una disfatta. Dunque sarà bene affiggere in tutte le sedi del Pd il poster del Politburo dei perdenti stretti intorno a Walterloo. A imperitura memoria. Così il militante, appena vedrà avvicinarsi D’Alema, Latorre e Fassino ansiosi di “dare un contributo”, li metterà subito alla porta al grido “Unipol, Unipol”. Loro capiranno, avendo contribuito, con le loro telefonate intercettate con Giovanni Consorte e Stefano Ricucci, a far perdere al Pd decine di migliaia di voti di gente perbene che detesta i conflitti d’interessi anche se non riguardano Berlusconi, anzi soprattutto se riguardano la sinistra o presunta tale.

Appena entrerà Anna Finocchiaro, quella che due anni fa si sentiva pronta a sacrificarsi per il Quirinale e che, dopo aver trascinato i Ds all’esaltante percentuale del 5 per cento nella sua Catania, è stata premiata con la candidatura a governatore di Sicilia scalzando Rita Borsellino e riuscendo a prendere 15 punti in meno di lei, verrà accompagnata all’uscita, con l’auspicio che non si faccia mai più rivedere. Se invece dovesse giungere il giovane vecchio Enrico Letta, sarà opportuno domandargli perché nel 2006 abbia chiesto all’Avvocatura dello Stato di difendere la legge Gasparri dinanzi alla Corte europea di giustizia di Lussemburgo contro le legittime pretese di Francesco Di Stefano, che dal 1999 attende le frequenze per accendere Europa7 dallo Stato che gli ha assegnato regolare concessione a trasmettere. Nel caso in cui si presentasse Paolo Gentiloni e fosse sveglio, domandargli perché abbia accettato senza fiatare l’insabbiamento della sua legge sul tetto antitrust per la pubblicità televisiva e di quella che avrebbe spoliticizzato almeno un po’ la Rai, e per giunta non abbia mai provveduto ad assegnare le frequenze a Europa7. A casa anche Livia Turco e Pierluigi Bersani, tanto impopolari tra la gente quanto adorati dai tenutari di salotti televisivi. Inutile precisare dove andranno spediti Colaninno jr., Calearo, Marianna Madia, Daniela Cardinale, Mirello Crisafulli e gli altri candidati inutili o indecenti del Pd. Casomai, infine, si affacciasse all’uscio Uòlter Veltroni e chiamasse ancora Berlusconi “il principale leader dello schieramento avversario”, sarà bene interromperlo, prima che finisca la frase, con un’esclamazione a piacere. E poi regalargli un biglietto per gli Stati Uniti, affinchè possa seguire la campagna elettorale americana e rendersi conto di come Obama tratta Hillary, di come Hillary tratta Obama, e di come Hillary e Obama trattano Mc Cain, e viceversa.

Il Pd avrà un senso e un futuro soltanto se sparirà per sempre dalla circolazione chi da vent’anni predica, all’indomani delle elezioni perse, che “bisogna saper parlare al Nord”, ma non ci è mai riuscito in vita sua, e intanto si è persi per strada anche il Sud e una bella fetta del Centro. Chi ha collezionato soltanto fiaschi, ma il giorno dopo le elezioni va in tv a spiegare agli altri come si vince. Chi ha scaricato due volte Romano Prodi, il quale aveva il grave torto di aver battuto, due volte su due, Silvio Berlusconi. Chi pensa sia giusto che Prodi, avendo battuto due volte Berlusconi, se ne resti a casa, e chi ha sempre perso con Berlusconi rimanga al suo posto. A preparare la prossima sconfitta.


Il Nord
Gli abitanti del Nord non votano la Lega Nord perché questa abbia una buona classe dirigente, che anzi è pessima, e nemmeno perché vogliano la devolution, che nessuno sa cosa sia. Votano Lega Nord perché i leghisti sono sempre presenti sul territorio, sono conosciuti dalla gente, parlano con le persone, sono al loro fianco nei momenti di difficoltà. Mentre i leader del Pd vivono a Roma, frequentano salotti, si parlano fra loro in un linguaggio incomprensibile e quando servono non ci sono mai. M in campagna elettorale fanno una capatina qua e là, di solito in auto blu o sul pullman verde, e si autoinvitano pure a pranzo. Per “parlare al Nord” bisogna parlare con i cittadini al Nord, non con la Lega a Roma. Formule cervellotiche e politichesi come “il Pd federale” o “il Pd del Nord” lasciano il tempo che trovano. Bisogna spiegare a chi ha paura della criminalità che la ricetta leghista della chiusura delle frontiere, degli aumenti delle pene e della caccia agli immigrati è una truffa, perché non funziona ed è impraticabile: la criminalità si combatte con un sistema giudiziario e repressivo efficiente, e non con quello attuale, sfasciato proprio da Berlusconi e dalla Lega per salvare gli amici degli amici. Se poi non si fanno indulti, ma nuove carceri, la gente del Nord potrebbe persino prendere sul serio questi discorsi seri.

Governo ombra
La nuova squadra (o “governo ombra”) da affiancare ai leader dell’alleanza Pd-Idv, cioè a Veltroni e Di Pietro, dovrà nascere da una giornata di primarie aperte che azzeri l’attuale ceto dirigente, selezionato in base agli inviti a “Porta a Porta” e alla cieca obbedienza ai capi supremi. Sarà un’ottima occasione per lanciare alla ribalta nazionale quei pochi amministratori che riescono ancora a “parlare con il Nord”, ma anche con il Sud, senza prendere pesci in faccia: i sindaci Cofferati (Bologna), Cacciari (Venezia), Zanonato (Padova), Emiliano (Bari), Crocetta (Gela), il presidente della Provincia di Milano, Penati, il nuovo presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.Primarie aperte anche alla cosiddetta “sinistra radicale”, che non è solo popolata di vacui e vanesii parolai, ma anche di politici concreti e apprezzati come Tana de Zulueta, Paolo Ferrero, Elias Vacca, Orazio Licandro, Vladimir Luxuria, Tommaso Sodano, Nichi Vendola. I ministri-ombra così scelti dovranno rappresentare l’opposizione nei dibattiti televisivi, al posto della consueta compagnia di giro, salottiera e romanocentrica, che ha fatto il suo tempo e non si può più guardare.

Giustizia
Casomai il pullman verde fosse ancora a disposizione, utilizzarlo per caricarvi e avviare a una lunga, interminabile vacanza tutti i più recenti “responsabili giustizia” del centrosinistra: i Luciano Violante, i Marco Boato, i Guido Calvi, i Lanfranco Tenaglia, i Pierluigi Mantini, i Massimo Brutti e gli altri artefici dell’indulto, degli attacchi alla Forleo e a De Magistris, dei voti impunitari nelle giunte per le autorizzazioni a procedere che hanno impedito al Pd di condurre una campagna elettorale contro lo sfascio berlusconiano della Giustizia, al quale avevano tutti pro quota contribuito. Insieme con loro andranno dismesse le battaglie ideologiche e le seghe mentali tipo separazione delle carriere, distinzione delle funzioni, “giusto processo”, responsabilità civile dei magistrati, priorità nell’esercizio dell’azione penale da affidare al Parlamento e al Csm (l’ultima trovata elettorale di Uòlter e D’Alema). Tutte riforme che non abbreviano di un nanosecondo i tempi biblici dei processi e non interessano a nessun cittadino. Basterebbe ingaggiare come consulenti un paio di giuristi del calibro di Franco Cordero e Vittorio Grevi, o sfruttare l’esperienza di Antonio Di Pietro e Gerardo D’Ambrosio, e dei neoeletti Silvia Della Monica e Achille Serra, per mettere a punto un programma snello e comprensibile che assicuri ai cittadini sentenze rapide e giuste: abolizione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio, abolizione del processo d’appello (salvo in presenza di nuove prove), esecutività delle pene dopo la prima condanna (fermo restando il diritto all’impugnazione per motivi di legittimità), pene accessorie più severe e risarcimenti più esigibili. Un ottimo lavoro è già stato fatto dalla commissione istituita presso il ministero della Giustizia nell’ultima legislatura, con il contributo dei giudici Davigo, Greco e Ielo, per il rapido recupero degli enormi proventi dei reati e il loro riutilizzo per l’autofinanziamento della Giustizia.

Intercettazioni
Ammettere onestamente il drammatico errore commesso nell’inseguire Berlusconi anche su questo terreno. Lo strumento delle intercettazioni telefoniche e ambientali non solo non va ridimensionato, ma va potenziato e allargato, visti gli ottimi risultati conseguiti da magistrati e forze dell’ordine (anche in termini di recupero del maltolto). Va da sé che occorre subito ritirare l’assurda e “castale” pretesa di imbavagliare l’informazione giudiziaria proibendo di pubblicare atti d’indagine e intercettazioni non coperti dal segreto. Dal momento della “discovery” degli atti,disposta dalla magistratura quando ritiene che il segreto sulle indagini debba cessare, tutti gli atti non più segreti devono essere messi immediatamente a disposizione non solo delle parti in causa, ma anche della stampa, affinché l’opinione pubblica sia informata tempestivamente ed esaustivamente degli scandali che si vanno scoprendo e possa controllare come, “nel nome del Popolo italiano”, viene amministrata la Giustizia.

Opposizione
Vista l’ampia maggioranza raccolta dal Pdl e Lega alla Camera e al Senato, le possibilità di mettere in difficoltà la maggioranza si riducono al lumicino. Ma non è detta l’ultima parola. Quella di Berlusconi è una coalizione tutt’altro che coesa e non sa governare, come ha ampiamente dimostrato sia nel 1994 sia nel 2001-2006. E non tarderà il momento in cui, soprattutto in un paese destinato a una lunga recessione, monterà il malcontento dei cittadini. Insomma, verrà il momento in cui un’opposizione agguerrita potrà mettere in crisi il governo. Anzitutto va abolita la parola “dialogo” dal vocabolario del Pd. Salvo nei i casi in cui la maggioranza proponga misure davvero utili alle collettività (il che, come insegna l’esperienza, accadrà rarissimamente), la minoranza dovrà votare contro, senza tentazioni di “opposizione costruttiva”; e ricorrere ogni volta che sarà necessario all’ostruzionismo e alla verifica puntuale del numero legale. Nonostante la maggioranza amplissima di cui godeva nel 2001-2006 la Casa delle Libertà, accadde decine di volte che le sue assenze in aula la trasformassero in minoranza nella commissione Affari costituzionali, al momento di votare la costituzionalità delle leggi. Purtroppo fu quasi sempre salvata dal soccorso rosso del centrosinistra, che sopperiva alle assenze del centrodestra con assenze ancor più ampie nelle proprie file. Questa volta occorrerà collocare nella Affari costituzionali i parlamentari più combattivi e presenzialisti, vincolandoli all’obbligo di presenza tramite capigruppo molto determinati. Se una legge non passa al vaglio di costituzionalità, è lettera morta. Sarebbe anche opportuna un’ampia autocritica sulle scriteriate aperture al centrodestra per riformare “insieme” la Costituzione. Va detto e ribadito che la Costituzione va bene così com’è, salvo alcuni ritocchi per differenziare le funzioni delle due Camere e soprattutto per dimezzare il numero dei parlamentari. Su quest’ultimo punto il centrodestra, ora che è al potere, cercherà di glissare, e proprio su questo punto andrà incessantemente incalzato. Così come sulla tempestiva riforma dell’indecente legge elettorale “Porcellum”.

Commissioni di garanzia
La presidenza delle giunte per le elezioni e le autorizzazioni a procedere, della Vigilanza Rai e del Comitato di controllo sui servizi segreti (Copaco) spetta di diritto all’opposizione. E’ di cruciale importanza designare a quegl’incarichi parlamentari di collaudata esperienza, competenza e inflessibilità. Il voto contrario sulle immunità e le insindacabilità, solitamente regalate a buon mercato ai membri della casta con voto bipartisan, è decisivo per far emergere agli occhi dei cittadini le fregole autoimpunitarie di chi magari in “Padania” strilla contro “Roma ladrona e intanto a Roma si fa assolvere dagli amici degli amici. Lo stesso vale per i servizi di sicurezza, visto l’uso, anzi l’abuso, che ne ha fatto nella penultima legislatura il governo Berlusconi con i vari Pompa e Pollari. Idem come sopra per la Rai, che sarà terreno di caccia, di epurazioni e occupazioni militari: destinare un personaggio come Furio Colombo o come Beppe Giulietti alla guida della Vigilanza sarebbe un segnale preciso per i nuovi manovratori, oltrechè una garanzia di vigilanza autentica.

Televisione
commerciali e sulla relativa pubblicità. La seconda è un collegamento permanente con le istituzioni europee, che nei prossimi mesi La cosa più urgente da fare è quella di sposare almeno il terzo referendum lanciato da Beppe Grillo al V-Day del 25 aprile: quello che si propone l’abrogazione della legge Gasparri e di quel che resta delle precedenti (Mammì e Maccanico, già bocciate dalla Consulta) che regalano a Mediaset il monopolio incostituzionale sulle tvsottoporranno l’Italia a una supermulta di 3-400 mila euro al giorno, con effetto retroattivo dal giugno 2006, se la Gasparri non sarà smantellata; e avvieranno un’altra procedura d’infrazione se Di Stefano non avrà ciò che gli spetta, cioè le frequenze per Europa7. E’ essenziale cogliere ogni occasione per far sapere ai cittadini italiani che toccherà a loro sborsare una “tassa Berlusconi” per le leggi vergogna che il Cavaliere ha varato o imposto a tutela della sua bottega. La terza è affiancare esplicitamente e pubblicamente Di Stefano nella sua sacrosanta battaglia. Quarto: non partecipare ad alcuna spartizione alla Rai: a giugno scadrà il Cda e Berlusconi quasi certamente tenterà di confermare quello esistente, presieduto dall’amico inciucista Claudio Petruccioli e controllato per i cinque noni dal centrodestra. Pd e Idv dovrebbero subito far sapere di non sentirsi rappresentati da Petruccioli e invitare a dimettersi, senza alcuna disponibilità alla riconferma, gli attuali consiglieri di amministrazione del centrosinistra: Berlusconi & C. lottizzino pure, ma stavolta non in nome e per conto dell’opposizione.

Comunicazione
Le strategie di marketing escogitate dagli attuali cervelloni del Pd si sono rivelate disastrose. Ci vuole ben altro per fronteggiare lo strapotere mediatico del Cavaliere che, prim’ancora di andare al governo, è già riuscito a portare i tg a occultare le sue porcate (beatificazione di Vittorio Mangano, inchiesta su Dell’Utri per brogli in Calabria e all’estero, minacce “scherzose” a una giornalista russa sgradita all’amico Putin) e a enfatizzare errori e punti deboli dell’opposizione. Nei prossimi mesi e anni l’”emergenza criminalità”, oggi collocata in apertura di tutti i telegiornali, sparirà dai teleschermi insieme agli sbarchi dei clandestini, agl’italiani impoveriti, al caro-vita, alla pressione fiscale. Toccherà agli esponenti del centrosinistra, presenti di diritto nei tg e nei talk show, sopperire al drammatico deficit di informazione sui prevedibili fallimenti del governo. Chi andrà in tv dovrà essere molto informato e agguerrito, armato di dati e di esempi concreti da raccontare ai cittadini. Sarebbe vivamente consigliabile disertare le reti Mediaset, per mettere in rilievo con tante sedie vuote lo scandaloso conflitto d’interessi di un premier che possiede tre tv private oltre a controllare il “servizio pubblico”. Se invece si decidesse di frequentare anche le reti del Biscione, almeno si rammenti a ogni occasione che lo studio appartiene al capo del governo e che il conduttore e gli intervistatori sono suoi dipendenti. A furia di ripeterlo, chissà che la gente non cominci a porsi il problema.

Battaglie
Aprire l’opposizione alla società civile, anche con iniziative di piazza, evitando di rinchiudersi nei palazzi della politica e della televisione. Il pullmann verde deve continuare a portare Veltroni e i suoi ministri-ombra in giro per l’Italia per incontrare la gente, per ascoltarne le esigenze e le proposte, per lanciare alcune idee chiare ed efficaci, anche con raccolte di firme per leggi di iniziativa popolare e referendum: come, appunto, quelle per l’abrogazione della Gasparri e per il dimezzamento del numero dei parlamentari, ma anche per una nuova politica della sicurezza e dell’ambiente. Parlare di energie alternative, di “rifiuti zero”, di uno sviluppo alternativo alle solite grandi opere e ai soliti inceneritori aiuterebbe ad agganciare gli elettori della sinistra “radicale”, gli arrabbiati del non voto, i giovani dei Meetup di Beppe Grillo. Se poi i gruppi parlamentari del Pd e dell’Idv, che giustamente han deciso di agire separati, rinunciassero al 50% dei “rimborsi elettorali”, devolvendoli a qualche progetto di solidarietà di Emergency o di Libera o della Caritas, diventerebbero più credibili in una battaglia per la riduzione dei costi della casta che metterebbe in serio imbarazzo il centrodestra al governo. Una dichiarazione di rinuncia preventiva a ogni immunità e insindacabilità, poi, renderebbe più credibile una battaglia parlamentare contro ogni voto impunitario che la nuova maggioranza prevedibilmente adotterà a protezione dei suoi cinquanta e passa inquisiti. Inoltre, last but not least, un governo-ombra itinerante si allontanerebbe da Roma e si avvicinerebbe alla gente, imparando a parlare in modo più comprensibile. E, soprattutto, si immunizzerebbe dalle sirene del Vaticano: come dimostrano anche le ultime elezioni, il peso elettorale del cardinal Ruini e delle altre porpore svolazzanti è ormai pressochè nullo. Prima i leader del Pd se ne renderanno conto, prima potranno fare politica a mani libere. Dando ragione alla Chiesa quando ha ragione, e torto quando ha torto. Ma soprattutto dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.

Pantheon
Se proprio il Pd deve tenere un Pantheon di padri nobili, molto meglio issare sul piedistallo personalità italiane (Kennedy e Martin Luther King lasciamoli agli americani), possibilmente conosciute e amate dai cittadini per la loro pulizia e il loro buongoverno: De Gasperi, Einaudi, Pertini, Berlinguer. Per carità, che nessuno si azzardi più a citare Bettino Craxi (tanto caro ai Fassino, ai D’Alema e ai Veltroni). Lo 0,7 per cento raccolto dai cosiddetti Socialisti, cioè dalla compagnia della buona morte Boselli-De Michelis-Bobo fortunatamente estinta nel nuovo Parlamento, dovrebbe aver insegnato qualcosa: Bettino Craxi, oltre a essere un noto corrotto, porta pure sfiga.

Riabilitiamo l'esecutore dell'editto!

Ora d’aria di Marco Travaglio

Ma sì, riabilitiamo pure Saccà. In fondo restava solo lui. Mangano è un eroe. Ciarrapico una brava persona. Ligresti il Salvatore ideale per Alitalia. Renato Farina, alias Betulla, 6 mesi per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar, esplulso persino dall’Ordine perché faceva la spia per il Sismi, è onorevole.

Restava giusto Saccà, cioè l’esecutore materiale dell’editto bulgaro. Cioè l’uomo sorpreso coi pantaloni in mano l’estate scorsa mentre chiamava il padrone per denunciare il tradimento della Lega e An, che “per un piatto di lenticchie” vanificavano “la grande vittoria” raccolta dalla Cdl conservando la maggioranza alla Rai pur avendo perso le elezioni. Il padrone aveva fretta di venire al dunque, ma Agostino gli faceva perder tempo con lavoretti di lingua davvero deliziosi: “Lei va alla grande, Presidente… lei è sempre il più amato del Paese… è stupendo… c’è un bisogno, un vuoto che lei copre anche emotivamente… una cosa bellissima… glielo dico senza piangerìa…”. Proprio così: piangerìa, neologismo che mette insieme il piangere e il leccare, per lubrificare la lingua onde scongiurarne l’essiccazione durante l’uso.

Il capo raccomandava una fiction in quota Lega: “C’è Bossi che mi sta facendo una testa tanta con questo cavolo di fiction sul Barbarossa”. E il servo furbo faceva presente che “è tutto a posto”, bisognava solo far dimenticare un’intervista del regista Martinelli (“che è bravo, ma è uno stupido, un cretino proprio”), il quale era andato a raccontare alla Padania che la fiction l’aveva commissionata Bossi. E figurarsi se una schiena dritta come Saccà prende ordini: la fiction l’ha inventata lui per imprescindibili motivi storico-culturali: “La cosa vale perché Barbarossa è Barbarossa, perché Legnano è Legnano, perché i comuni a Milano hanno segnato la civiltà dell’Occidente”. Che diamine.

Il padrone lo lascia dire sogghignando (“certo, d’accordo, va bene…”). E lui insisteva: “Lei è l’unica persona che non mi ha mai chiesto niente, lei è la persona più civile, più corretta… mi ha lasciato una libertà culturale… ideale… totale”. Quella libertà culturale totale che l’aveva indotto a bandire Biagi e Santoro dopo l’editto e licenziare il vecchio Enzo con una raccomandata RR. Lo stesso padrone, infastidito per le troppe leccate, obiettava che insomma “qualche volta ti chiedo di donne… per risollevare il morale al capo…”. E già che c’era gli piazzava cinque squinzie, una delle quali stava a cuore a un senatore dell’Unione che, in cambio, sarebbe passato a destra. Saccà annotò i nomi, promise di provvedere e informò il padrone che stava lavorandosi un altro senatore, in Calabria, per portarlo a destra. Disinteressato come sempre, attendeva un aiutino dal Cainano per erigere una Cittadella della Fiction a Taurianova, che è proprio il posto ideale per le fiction (magari sullo scirocco o sul traffico, come direbbe Johnny Stecchino). Per quelle telefonate, Saccà è imputato per corruzione col suo padrone.

Ecco, è questo signore qui che va riabilitato: cioè riportato alla guida di Raifiction, o magari anche più in su. Lo chiede, sul Riformatorio, Gianni Minoli, che già stava con Saccà ai bei tempi del Psi (memorabili gli spot elettorali sulle ginocchia di Craxi col garofano all’occhiello) e poi, in 15 anni, è riuscito a essere di sinistra, destra, centro, dalemiano, prodiano, veltroniano. E’ vero, ammette Minoli: Saccà è un po’ “discusso e discutibile: ma chi non lo è?”. In fondo, chi non ha mai fatto “telefonate così”?. Chissà che gente frequenta costui.

Minoli aggiunge che è molto peggio Gad Lerner, il quale osò persino denunciare una richiesta di raccomandazione dal presidente della Vigilanza Mario Landolfi. Il fatto che Lerner, diversamente da Saccà, non abbia soddisfatto la segnalazione, anzi l’abbia denunciata, è del tutto secondario. Anzi, è un’aggravante. Il fatto poi che Raifictin, insieme alla Regione Sicilia di Totà Vasa Vasa, produca il serial minoliano “Agrodolce”, è del tutto casuale.

Saccà va riabilitato perché è il migliore. Senza piangerìa.

lunedì 14 aprile 2008

Il Burlone



Il Contratto con gli Italiani sigla­to da Silvio Berlusconi a Porta a Porta l'8 maggio 2001, dinanzi al notaio Bruno Vespa, era uno scherzo. «Non era un contratto», «non ha mai avuto alcuna rilevan­za giuridica», insomma un sempli­ce «atto politico» dotato di una «totale improduttività di effetti per nullità-inesistenza». È nullo, non è mai esistito. Chi lo dice? Un antiberlusconiano sfegatato? Un demonizzatore accanito? No, lo dice lo stesso auto­re del Contratto-non contratto: Silvio Berlusconi in persona. Dove? Negli atti difensivi depositati dai suoi legali nella causa intenta­ta due anni fa da un giovane rompiscatole, A.C.: l'unico ita­liano ad aver preso sul serio il Contratto con gli Italiani. Al punto da recepirlo formalmente, recapitando al Cavaliere il 10 febbraio 2006 - penultimo giorno della penultima legisla­tura - un "atto di accettazione". In quella letterina piena di riferimenti giuridici, A.C. ram­mentava all'allora premier che quello siglato sulla celebre scrivania di ciliegio "può essere qualificato come un contratto con obbligazioni del solo pro­ponente (art. 1333 Codice civi­le)". Quindi, non essendo "stato da Lei mai revocato", è "giuridicamente vincolante" e sottoposto alla verifica della magistratura. Da quel momen­to si è perfezionato il contratto unilaterale fra Berlusconi e gli italiani (che non avevano fir­mato nulla), perché almeno uno di essi l'ha accettato. E, con quella firma, è scattata la trappola. Il rompiscatole e i suoi avvocati Alessandro Frittelli e Giuseppe Marazzita ricor­dano al Tribunale civile di Mila­no che il Cavaliere s'era impe­gnato a "non ripresentarmi al­le elezioni del 2006 se, al termi­ne dei 5 anni di governo, almeno 4 su 5 traguardi non fossero stati raggiunti". Impegno viola­to nel 2006 e nel 2008, quando Berlusconi s'è ricandidato per ben due volte, pur avendo mancato tutti e 5 i traguardi "contrattuali". Lo stesso Cava­liere - osservano i legali di A.C. - seguita a ripetere di aver ri­spettato l’85% degli impe­gni", mentre in casa Vespa ave­va promesso di realizzarne interamente 4 su 5. Dopodichè le aliquote fiscali sono rimaste 4, non 2; le pensioni minime non sono aumentate a 516 eu­ro per tutti, ma solo per qualcu­no; i delitti non sono diminui­ti, ma aumentati; la disoccupa­zione non s'è dimezzata; il 40% di grandi opere non è par­tito. Perciò il tignoso cittadino si sente preso in giro e chiede i danni: 5 mila euro simbolici per mancata ottemperanza del­l'obbligo di non tacere". Cioè di ritirarsi a vita privata. La dife­sa Berlusconi ribatte che il Con­tratto è "nullo", dunque nessu­no può pretenderne il rispetto: era un semplice "programma politico". Ma A.C. dimostra che il programma della Cdl era tutt'altra cosa rispetto al Con­tratto, come lo stesso Cavaliere proclamò solennemente a Por­ta a Porta. La difesa Berlusconi ammette addirittura che gl'im­pegni non furono rispettati, an­che se accampa le solite scuse: "Se il mancato raggiungimen­to di una o più parti del pro­gramma politico si è verificato, cioè è dovuto a fattori politi­co-economici imprevedibili e indipendenti dalla volontà del dr. Berlusconi: a partire dell'at­tentato alle torri gemelle fino al buco di 37 mila miliardi di lire scoperto dopo l'insediamen­to del Governo...". Poi, a scan­so di equivoci, invoca l'immu­nità parlamentare: il Contrat­to-non contratto rientrerebbe "nell'attività insindacabile" protetta dall'"art.68 della Costi­tuzione" che "comporterebbe l'improcedibilità del giudizio o la sospensione del processo" in attesa dell'autorizzazione a pro­cedere della Camera. Ma qui il rompiscatole A.C. piazza il col­po che potrebbe essere decisi­vo: "Se il dr. Berlusconi sapeva che il Contratto era inesistente e dunque nullo, perché non ne ha dato notizia fin dall'inizio" - lui e agli altri 58 milioni di italiani?

M.Travaglio, Uliwood Party - 12/04/1008

venerdì 11 aprile 2008

Smpre la stessa storia...

Ecco a voi una tipica intervista del CavalierNano. E poi dice che non si ripete. E poi dice che non c'è da provare rabbia, da rassegnarsi. Il buon vecchio Berluskaz non si smentisce mai, il problema è proprio questo.

Trascrizione intervento Berlusconi a Omnibus del 10 apr. 08

Polito La seconda domanda mi promette che questa volta non farà licenziare nessun giornalista della Rai che la pensa in maniera sgradevole per lei come avvenne l’altra volta con l’editto bulgaro?

Berlusconi allora l’altra volta io non ho fatto licenziare in vita mia nessuno, e non ho fatto licenziare tanto meno qualcuno in Rai dove io non ho mai messo il naso, ho detto una battuta convinto che fosse una battuta diretta solo…

Piroso …e qualcun altro ce l’ha messo il naso Presidente.

B. beh, ma contro la mia volontà perche’ io non volevo assolutamente che si arrivasse alla decisione poi e’ stato lo stesso Biagi che ha deciso per una lauta eh… eh… risposta alle sue esigenze di… che… ha preferito di lasciare, ma io ho insistito fino all’ultimo che Biagi restasse in Rai. Cosa avevo detto; avevo detto che certi giornalisti come Biagi e Santoro avevano fatto un uso criminoso della televisione; continuo a sostenerlo anche adesso, soprattutto violando le regole della comunicazione elettorale, qualche volta…con Santoro basta che la gente guardi ancora oggi quello che combina Santoro e che fa combinare a Travaglio nella sua trasmissione per capire che e’ qualcosa che in una moderna democrazia non si dovrebbe permettere perche che Travaglio possa accusare chiunque di tutto, e di piu’senza avere un contraddittorio…

Polito quindi licenzia Travaglio allora

B. …e’ una cosa che non dovrebbe essere possibile in un servizio pubblico pagato coi soldi di tutti,

Polito …che fa lo licenzia Travaglio?

B. porto a confronto cio’ che han fatto le reti che io ho fondato e da cui mi sono distaccato quattordici anni fa, non c’e’ nella storia di mediaset una sola, non solo un solo ciclo di trasmissioni alla Santoro, ma una sola trasmissione, uno speciale che sia d’attacco alla sinistra o personaggi di interesse della sinistra.

Piroso pero’ Presidente Tremonti ad Annozero ci è andato tranquillamente ha esposto le sue ragioni cioè…

B. scusi, sia oggettivo Direttore lei si vergognerebbe di aver qui una trasmissione come Annozero e non la permetterebbe mai, che poi ogni tanto ci siano degli alibi per cui fanno arrivare Tremonti, e in quella trasmissione lo fanno parlare, questo e’ l’alibi che non contraddice la regola della trasmissione.

Polito ma Presidente, ma la mia domanda e’ proprio questa: la chiudete Annozero?

B. …ma non saro’ io, io non ho mai, nemmeno, nemmeno, non ho mai, con…io sono l’editore piu’ liberale che sia mai comparso sulla scena editoriale italiana…

Polito …e allora accetti anche Santoro

B. …lo domandi a tutti i direttori e giornalisti di Mediaset e della Mondadori, si ricordi cosa disse Montanelli, da cui qualche volta mi dividevano le idee, io non ho mai fatto un intervento sulla libertà dei singoli giornalisti, non ho mai imposto nulla al contrario di quello che fa la sinistra gravando di telefonate continuative i poveri direttori dei telegiornali e delle trasmissioni della Rai…

Polito vabe’ le telefonate e’ meglio lasciarle stare

B. …domandi, domandi, scusi… ai direttori, io ho ricevuto una telefonata da Saccà e ne ho approfittato per fare quello che si chiede ad un leader politico di riparare a delle ingiustizie, a delle persone che pur essendo brave si vedevano preferite a chi aveva rapporti di altro tipo con chi decideva in Rai. Quindi quella telefonata che ho ricevuto, l’ho utilizzata per quello, con la mia segretaria che mi mandava le comunicazioni che erano venute da varie fonti, tra l’altro il fratello di una di queste attrici che e’ un nostro consigliere di Rieti e che mi sottoponeva il fatto di una scelta che era stata fatta dal produttore privato e disdetta per una vicinanza amicale da un funzionario della Rai che era, vabe’ mi scusi, io per dire…

Polito vabe’ ma quelle sono raccomandazioni, sono raccomandazioni, succede a tutti.

B. …io non ho paura di ricevere nessuna smentita quando dico che io le telefonate non le faccio, che la sinistra ne fa tre o quattro al giorno allo stesso direttore minacciandoli, minacciandoli di antipatia o di rappresaglie future

Polito chi e’ questo direttore

B. guardi non sto a fare nomi, domandi ai suoi colleghi direttori, non potranno smentirmi…

Polito glielo chiederemo…

B. guardi, io sono da sempre l’editore ed il politico piu’ liberale della storia della Repubblica Italiana.



Fedine penali, La Carica Dei 101 - "Se li conosci li eviti" Ed.Chiarelettere di Gomez e Travaglio

 
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