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martedì 20 maggio 2008

Disinformatija



Le parole di Bertold Brecht:


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

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La zattera della medusa - Barbara Spinelli

Si è parlato molto, negli ultimi anni, della casta politica e delle sue cecità, dei suoi privilegi. Si è parlato della distanza che la separa dal cittadino, dal suo quotidiano tribolare. Si è parlato assai meno della malattia, vasta, che affligge l’informazione e il compito che essa ha nelle democrazie. Compito di chiamare i poteri a render conto, tra un voto e l’altro. Compito d’abituare l’opinione pubblica non a inferocirsi, ma a capire le complicazioni, a esplorarne le radici, a scommettere con razionalità su rimedi non subito spettacolari. Compito di formare quest’opinione, cosa che spetta all’informazione in quanto «mezzo che mette il cittadino a contatto con l’ambiente che sta al di fuori del suo campo visuale»: lo scriveva Walter Lippmann nei primi Anni 20, e la missione è sempre quella. La malattia non è solo italiana, sono tante le democrazie alle prese con un’informazione che fallisce la prova, che al cittadino non rende visibile l’invisibile, che dal potere politico si fa dettare l’agenda, le inquietudini, gli interessi prioritari. Che è vicina più ai potenti o alle lobby che ai lettori. Che alimenta il clima singolare che regna oggi nelle democrazie: come se vivessero un permanente stato di necessità - di guerra - dove per conformismo si sospendono autonomie, libertà di dire.

La grande stampa Usa si è fatta dettare l’agenda da Bush, per anni. La stampa francese per anni s’è dedicata ai temi prediletti da Sarkozy. Quel che ci rende originali non è dunque la malattia. È il fallire del sistema immunitario, che altrove generalmente funziona. Non sappiamo liberarci dalle patologie, dalle loro cellule.

Siamo immersi in esse con compiacimento, con il senso di potenza che dà l’ebbro sentirsi in branco: lo straordinario conformismo che disvelò Jean-François Revel (Pour l’Italie, 1958) non è scemato. In Italia c’è poca auto-stima ma anche poca analisi di sé. Un romanzo spietato come Madame Bovary è da noi impensabile. Quanto all’informazione, nulla che somigli alle autocritiche dei giornalisti Usa sull’Iraq, emerse quando Katrina travolse New Orleans.

L’informazione italiana non produce anticorpi atti a ristabilire un contatto con la società. Il risultato è palese, oggi, e lo storico Adriano Prosperi lo descrive con nitidezza: nel Palazzo «un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza (...) un’aria di intesa e di pace». Fuori, intanto: una guerra tra poveri, e pogrom moltiplicati contro rom e diversi (la Repubblica, 16-5). Il guaio è che anche la stampa è Palazzo: incensa serenità politiche ritrovate e scopre, d’improvviso, una società inferocita da tempo, ormai indomabile dalla destra che l’ha sobillata.

L’enorme polemica suscitata da alcune affermazioni televisive del giornalista Marco Travaglio è sintomo di questa malattia, assieme alla violenza, impressionante, con cui alcuni si scagliano contro di lui (in primis un grande professionista d’inchieste giudiziarie come Giuseppe D’Avanzo). Il Paese traversa tifoni, e i giornalisti trovano il tempo di scannarsi a vicenda come fossero nell’ottocentesca Zattera della Medusa. Chi ha visto il quadro di Géricault, al Louvre, ricorderà la cupa zattera, dove pochi naufraghi pensarono di salvarsi a spese di altri. Su simile zattera sono oggi i giornalisti, mangiandosi vivi. L’istinto della muta è forte in tempi di necessità, di Ultimi Giorni dell’Umanità.

Ignoranza e mancanza di memoria sono tra i mali che impediscono di smettere il cannibalismo tra giornalisti e di suscitare un’opinione pubblica informata. Si ignora quel che succede nel Paese, e da quanto tempo. Il pogrom di Ponticelli non è un evento nuovo. Violenze di mute cittadine contro il capro espiatorio già sono avvenute il 2 novembre 2007, quando squadracce picchiarono i romeni dopo l’assassinio di Giovanna Reggiani. Già il 21-22 dicembre 2006 presidi cittadini incendiarono un campo nomadi a Opera presso Milano, approvati da un consigliere comunale leghista, Ettore Fusco, ora sindaco. E non erano violenze nate da niente, avevano anch’esse album di famiglia che chi ha memoria conosce: la tortura di manifestanti no-global a Genova nel 2001; gli sgomberi dei campi Rom attuati brutalmente dal Comune di Milano nel giugno 2005; le parole del presidente del Senato Pera contro i meticci nell’agosto 2005; le complicità del governo Berlusconi nel rapimento di Abu Omar e nella sua consegna ai torturatori egiziani.

Erano pogrom anche quelli del 2006-2007, e gli oppositori di allora non sapevano che a forza di aizzarli avrebbero suscitato i mostri che adesso, grazie all’allarme europeo, devono condannare. La perdita di memoria è stupefacente, ramificandosi s’espande. D’un tratto Berlusconi è «un’altra persona», al pari di suoi amici come Dell’Utri, Schifani. Non hanno dovuto fare ammenda: sono altre persone perché il conformismo fa letteralmente magie. Non si ricorda quel che è stato Berlusconi ancora ieri: come quotidianamente ha delegittimato Prodi, trascinando dietro di sé l’informazione. Di conflitto d’interesse non si parla più. Non si ricordano i trascorsi dei suoi uomini. I rapporti con la mafia o il vivere vicino a essa sono pur sempre una loro macchia. Travaglio ha avuto il cattivo gusto di non uniformarsi, di dirlo a Fabio Fazio su Rai3. Sta pagando per questo.

Fa parte del conformismo giornalistico il fascino per il potere (il vizio infantile descritto nel libro di Scalfari: non solo i buoni vincono ma chi vince è buono). E anche se il fascino esiste altrove, in Italia è diverso: proprio perché lo Stato è debole, la massima irriverenza verso le cariche repubblicane si mescola non di rado a riverenze esagerate (verso il presidente del Senato, anche verso il Capo dello Stato). L’usanza non esiste in regimi presidenziali come America e Francia.

Travaglio è un professionista che ha molto investigato, ma ve ne sono altri: Abbate che ha indagato su mafia e politica, o Peter Gomez, Gian Antonio Stella, Elio Veltri, Carlo Bonini, Francesco La Licata. Anche D’Avanzo è fra essi, e per il lettore non è chiaro perché si sia tanto accanito contro Travaglio, il cui carattere non è più spigoloso di altri astri giornalistici. Travaglio si è chiesto come mai un politico dal passato non specchiato sia presidente del Senato. Non è illegittimo. Ha violato il sacro della carica, ma la prossimità di Schifani alla mafia è già stata descritta da Lirio Abbate e Peter Gomez ne I Complici - in libreria dal marzo 2007 - senza che mai sia stata sporta querela. Berlusconi s’avvia a esser osannato allo stesso modo, metamorfizzandosi in tabù. L’antiberlusconismo non è più una normale presa di posizione politica; sta divenendo un insulto che disonora oppositori e giornalisti. Qui è l’altra originalità italiana. Nessuno si sognerebbe in America di accusare il New York Times o i democratici di anti-bushismo, nessuno in Francia denuncerebbe l’anti-sarkozismo di Libération o dei socialisti. Da noi lo spirito dell’orda è tale che ieri era indecente difendere Prodi, oggi è indecente attaccare Berlusconi.

Le precipitose scuse di Fabio Fazio non erano necessarie. Più appropriato è quello che ha detto dopo, su La Stampa del 13 maggio: «L’idea che si immagini sempre il complotto, la trama, fa pensare che non possa esistere la normalità; è come se non si riuscisse a concepire che in Italia c’è chi lavora autonomamente. Noi giornalisti non siamo dipendenti della politica. Semmai questo è un atteggiamento proprietario che ha la politica nei confronti dei cittadini». Che cos’è la normalità, per il giornalista? È non farsi intimidire, non lasciarsi manipolare dalla violenza con cui il presidente della Camera Fini giustifica, in aula, gli attacchi a Di Pietro («dipende da quel che dici»). È lavorare solo per i lettori: via maestra per fabbricarsi gli anticorpi che mancano.

P.s.
La notizia è di oggi: il parlamento europeo dedicherà una riunione straordinaria alla politica del governo italiano contro i rom.

P.p.s. Ho aggiunto il link al blog "Odio Studio Aperto", fateci un salto

lunedì 21 aprile 2008

Dati alla mano


Potrà sembrare strano, per qualcuno, ma ci sono persone che ancora riescono a esprimersi a proposito dell'operato dei vari governi che si sono succeduti in Italia, servendosi di dati (quindi di lucidi fatti) invece che di opinioni. Cosa che al contrario riesce benissimo ai politici che tutti i maledettissimi giorni affollano qualsiasi programma televisivo (dal Tg alla "Prova del cuoco").
Per chi non l'avesse notato il meccanismo è sempre lo stesso: prima si dà la parola ad un esponete di uno schieramento, e prontamente, nel servizio successivo, quello della parte avversa replica il preciso contrario. Chi ha ragione? Chi ha torto? Non lo si saprà mai, visto che nessun giornalista (tranne rarissime eccezioni) è mai informato su ciò che chiede. Ne si sognerebbe mai di smentire un personaggio intervistato, non avesse a fare la fine dei poveri Biagi e Santoro.
Quello che quindi vi porto all'attenzione è un documento estremamente dettagliato sui risultati ottenuti dalla politica negli anni recenti. Ci troverete grafici, basati su dati, interpretati alla luce della semplice oggettività e non dei colori politici.
Si rivela quindi un'utile arma contro tutti questi figuri che parlano spesso a sproposito senza un minimo di documentazione.
Per ogni eventuale incomprensione vi rimando all'introduzione del pdf che spiega molto bene come è nata, e chi ha preso parte, a quest'opera.
Sono 48 pagine, vi consiglio di leggerle bene e di diffonderle, per fare un po' di libera informazione.
Per ritrovarlo agevolmente aggiungo il richiamo al pdf nel menù a lato.

Tengo Famiglia - Episodi I, II, III, IV e V
- Il pdf
Se volete andare al sito cliccate qui.

P.s. Siccome si avvicina il 25 aprile, voglio postarvi il link ad un bel video che ho trovato su Arcoiris Tv.
Abbasso il Duce - la memoria della resistenza a San Polo. Due giovani documentaristi, Marco Righi e Cosimo Bizzarri, danno vita ad
un racconto corale sugli anni della guerra e della resistenza a San Polo d'Enza, un piccolo paese della provincia reggiana. La percezione della guerra, la scelta del partigiano, la politica, il ruolo delle donne e l'aiuto della popolazione, ma anche le battaglie, gli amori e gli aneddoti ridicoli.

Abbasso il Duce
- Arcoiris Tv



domenica 16 marzo 2008

Basta accendere la tv

Prima di leggere vi invito a guardare questo filmato di M.Travaglio.


Basta accendere la tv.

Basta accenderla per rendersene conto.

Basta parlare con i ragazzi, con gli adulti.

Basta osservare il comportamento dei più giovani per vedere a tal punto sia arrivato il livello di stordimento e omologazione del pensiero e delle idee che la tv è riuscita a inculcarci nella testa.

Siamo totalmente immersi nel mondo delle “opinioni”, i fatti, la memoria non esistono quasi più. I giornalisti scompaiono e al posto loro spuntano gli “opinionisti” come funghi. Sono sempre di più e sono sempre più personaggi incredibili. Nel vero senso della parola: non sono credibili.

Se osserviamo un giorno qualsiasi il palinsesto dei programmi tv (non la domenica per carità, sarebbe come sparare sulla croce rossa) possiamo avere la fortuna di imbatterci sin da subito nei meravigliosi telegiornali delle varie reti, pubbliche e private, che ci propinano una serie di servizi a dir poco clamorosi. Con i dovuti distinguo. Se infatti incappiamo in Studio Aperto possiamo solo aspettarci servizi-gossip con sottofondi musicali, se per caso stiamo guardando il Tg1 o il Tg2 magari abbiamo la fortuna di gustarci un po’ di giornalismo all’anglosassone di Riotta, o un bel commento delirante su B.Grillo da parte di Mazza, dopodichè saranno servizi su quel che ha detto un politico quel tale giorno, sulla risposta totalmente opposta fornita dal politico della parte avversa e le varie reazioni degli schieramenti avversi. E via così senza capire assolutamente come stiano realmente le cose, con nessuno, conduttore compreso, che sia veramente documentato, dati alla mano, su ciò di cui si parla. Nessuno. Scomparsi i fatti. Restano le opinioni di destra e di sinistra. Chi ha ragione? Chi a torto? Vallo a sapere.

Proseguendo può succedere di imbattersi in quelle perle di giornalismo televisivo che ci regala il Tg 4, strumento di nota propaganda politica, che confeziona sempre i soliti tre-quattro servizi "tipo" e li ripropone ogni giorno a chi sta a casa, si spera solo a farsi una risata guardandolo: si parte con il discorso di uno di sinistra prontamente smentito da uno di destra, poi almeno un primo piano del CavalierNano devono farlo per via della "legge di Fede" che impone come un santino l’effige del padrone. Si può passare dunque a far sentire il solito discorso del Papa oppure mandare un po’ di cronaca nera, il più macabra possibile con questi CSI all’italiana che non ne azzeccano manco una, ma fanno tanta audience. E giungiamo quindi ad uno dei servizi più belli, in cui vengono intervistate sempre e dicasi SEMPRE, una dozzina di persone di varia estrazione sociale che ripetono tutte e all’unisono che con le tasse non ci si fa più, gli stipendi/pensioni sono basse, l’Euro è una maledizione perché i prezzi di tutti i generi di bisogno sono aumentati (mentre su l’onestà dei commercianti che li applicano non si discute). Il tripudio del pensiero unificato. Chiudiamo con gli stralci di bella vita mondana di qualche starlette televisiva che ha come unico problema nella vita quello di non avere il fidanzato o di essere paparazzata, facendo passare il messaggio che il migliore dei mondi possibili è quello della divetta televisiva . Celebrità e festini. Che esempio per tutti.

Vengono invece taciute le notizie, le inchieste non esistono più, non si può parlare di nessuna cosa se non c’è il contraddittorio. Anche quando non serve perché ciò di cui si sta trattando è assodato e non può essere smentito. Molta della tv che dovrebbe fare informazione ci propone questo spettacolo e il modo di pensare si adatta: nessuno adesso ha più torto su nulla. Nessuno ammetterebbe mai nulla. Tutti vogliono avere l’ultima parola. Tutti vogliono essere liberi di fare ciò che vogliono, nessuno di meritarselo. Nessuna costrizione, nessuna responsabilità personale. Il furbo vince, l’onesto è un tonto. La legalità e il lavoro non premiano, il divertimento è tutto. I soldi non bastano ma si mostra un’Italia ricca e grassa, capace di spese folli e abbuffate. Le vere, povere realtà (scusate il gioco di parole) le si fanno apparire come lontane, distanti, qualcosa con cui si può fare i conti con la propria coscienza magari cinque minuti prima di andare a letto, ma di fatto intangibili.

Se poi però si spegne l’apparecchio e si dà una occhiata a internet dove fortunatamente vige ancora una libertà totale di espressione, si scopre il risvolto della medaglia.

Si ritrovano i volti dei (veri) giornalisti eliminati dalla tv, gli “scomodi”.

Trovi le parole che ti fanno aprire gli occhi e ti ridanno nuovi stimoli.

Si può per esempio incappare in un articolo di illuminante sullo stato della Disinformatja operata dei media:

“Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica oggi il nuovo rapporto sulle crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2007. Il rapporto contiene la “top ten” delle crisi umanitarie più ignorate nel mondo e un’analisi realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sullo spazio dedicato alle crisi umanitarie dai principali telegiornali della televisione generalista in Italia. Le dieci crisi umanitarie identificate da MSF come le più ignorate sono: Somalia, Zimbabwe, tubercolosi, malnutrizione infantile, Sri Lanka, Repubblica Democratica del Congo, Colombia, Myanmar, Repubblica Centrafricana e Cecenia.

L’analisi delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali RAI e Mediaset mostra, innanzitutto, un calo delle notizie sulle crisi umanitarie nel corso del 2007, che passano dal 10% del totale delle notizie (dato 2006) all’8% (6426 notizie su un totale di 83200). Di queste, solo 5 sono quelle dedicate alla Repubblica Democratica del Congo, dove il conflitto continua a infuriare nell’est del paese, e nessuna alla Repubblica Centrafricana, dove la popolazione è intrappolata nella morsa degli scontri tra gruppi armati, e dove lo scorso giugno un’operatrice umanitaria di MSF è stata uccisa in un attacco.

Una tendenza già riscontrata nei precedenti rapporti è quella, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi solo laddove riconducibili a eventi e / o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, cui si fa riferimento soprattutto in occasione di vertici politici cui partecipa il governo italiano o dell’omicidio di Ilaria Alpi; la guerra in Sri Lanka di cui si parla esclusivamente in occasione del ferimento dell’ambasciatore italiano; la Colombia che entra nell’agenda dei notiziari soprattutto per il sequestro di Ingrid Betancourt, in questo paese il conflitto tra governo, gruppi guerriglieri come FARC e ELN e gruppi paramilitari ha provocato la fuga di oltre 3 milioni di persone, portando la Colombia al terzo posto tra i paesi con il più alto numero di sfollati dopo Repubblica Democratica del Congo e Sudan. Alla tubercolosi, che ogni anno provoca due milioni di vittime, e a cui nel 2006 erano state dedicate solo tre notizie, nel 2007 i TG hanno dedicato 26 notizie, di cui tuttavia ben 15 sulla vicenda di un americano affetto da una forma di tubercolosi resistente ai farmaci che viaggiava in aereo tra Stati Uniti ed Europa.

Il Darfur, dove il conflitto tra il governo del Sudan e i diversi gruppi di opposizione armata ha provocato lo sfollamento di oltre due milioni di persone dal 2004, ha visto una copertura mediatica maggiore rispetto al 2006. Le notizie, tuttavia, erano soprattutto relative a iniziative di raccolta fondi e di brevi visite di personaggi celebri del mondo dello spettacolo.

Alla malnutrizione, che ogni anno uccide 5 milioni di bambini sotto i 5 anni, sono state dedicate solo 18 notizie, la maggior parte delle quali in relazione a generici appelli del Papa conto la fame nel mondo e alla campagna “Il Cibo non Basta” di MSF per promuovere l’utilizzo degli alimenti terapeutici pronti all’uso per combattere la malnutrizione infantile. All’AIDS, che uccide due milioni di persone ogni anno, 54 notizie.
Alla malaria, che ne causa una ogni 3 secondi, solamente 3.”

Interessante vero?

Sono stato ingiusto però. Non sono solo i video-notiziari i principali omologatori del pensiero di massa, anzi. Ho proprio dimenticato lo strumento principe per questo scopo: la pubblicità. E come scordarsela? Per chi accende la tv è un bombardamento continuo. Forse tale e tanta è la portata che talvolta non ci facciamo neanche più caso. E facciamo male. Questo articolo de l’Unità (non storcete subito il naso, qua la faccenda è apolitica) mostra bene alcuni messaggi che ogni giorno ci vengono lanciati dallo schermo:

“Avete mai notato che negli spot televisivi i benzinai sono quasi sempre dei virgultosi maschi sui quaranta, bianchi e mascelluti? Curioso, visto che nell'esperienza di tutti noi il benzinaio è quasi sempre non italiano, sovente extracomunitario o dell'est europeo. E avete notato che in pubblicità i bebé sono quasi sempre biondi (come quello inquietantissimo della Plasmon in cui a centinaia vanno gattoni verso il Sol dell'Avvenire, che è un pappetta)?

Bizzarro, poi, che ci siano pubblicità che si interrompono a vicenda e altre pubblicità che sembrano delle fiction: il primo caso riguarda le telepromozioni di cui sono infarciti moltissimi programmi, con conduttori e starlettes a magnificare improvvisamente prodotti del tutto improbabili, telepromozioni al cui termine partono altri spot; il secondo è il fenomeno della serializzazione, per cui hai l'immensa serie dell'ex vigile Christian De Sica alle prese coi telefonini, quell'altra con Bonolis che si ritrova in paradiso in nome di una nota marca di caffé, quell'altra con Mike & Fiorello che pubblicizzano anche loro le mitiche gesta di una società di telefonia (...ce ne sono altre, ma sopravvoliamo, come avrebbe detto un tempo Guzzanti Corrado).

Avete notato che le pubblicità dei salvaslip le mandano in onda, disgustosamente, sempre alle ore dei pasti? Avete notato che un tempo le pubblicità tendevano ad essere sempre più sofisticate, sia dal punto dell'immaginario visivo che da quello tecnologico, mentre ora il linguaggio si fa di giorno in giorno più diretto o, per meglio dire, elementare? Avete notato che gli spot delle automobili, in linea generale, tendono sempre al mistico, quasi al soprannaturale, in modo da insinuare nella mente dell'automobilista che ne va della sua stessa identità?E forse avete pure percepito che moltissime pubblicità - come quella recente di una nota marca di gelati - parlano continuamente della «creatività» proprio nel momento in cui stanno codificando la serialità industriale del prodotto che deve essere venduto? Ed è possibile che tutti quelli che hanno mal di testa, mal di pancia o che si lavano i capelli, usano il detergente intimo o il deodorante dell'ultima generazione siano sempre della media borghesia e non vivano mai e poi mai e poi mai in una borgata o in una periferia di quelle toste davvero, né sono di colore e difficilmente parlano un dialetto pesante? (Questo forse perché si ritiene che chi vive in borgata, o è di colore o si esprime in dialetto non ha il mal di testa, né il mal di pancia, né si lava i capelli e figuriamoci se usa un detergente intimo...).

Avete notato che il conduttore che sta per interrompere il programma dice sempre «andiamo in pubblicità», ove quell'«andare in» implica l'immersione in un universo parallelo, l'accettazione di un'altra verità, di un altro mondo?”

La parte sulle pubblicità delle automobili è impressionante, e sarà materia di riflessioni successive, comunque nel complesso il pezzo è esplicativo dei messaggi quasi “subliminali” che ci vengono somministrati. Ci ricordano che il marcato non ha un’etica e che pur di farti acquistare, acquistare, acquistare, farebbero qualunque cosa.

Anche rimbambirti. Anzi in questo ci riescono benissimo.




 
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