lunedì 24 marzo 2008

Carta Canta


"Guardi, l'unica scelta che mi dispiace nelle nostre liste é la figlia di Totò Cardinale. Io l'ho saputo solo a cose fatte" (Walter Veltroni, Corriere della sera, 11 marzo 2008)
"Ciarrapico? Fosse dipeso da noi... ma non è stata una nostra scelta" (Gianfranco Fini, Apcom, 10 marzo 2008)

Da laRepubblica del 21/3/08

"Tutti coloro che sono entrati nel Pdl vogliono che non sia solo una lista elettorale, ma un partito unico che rappresenti i liberali e i riformisti" (Silvio Berlusconi, Adnkronos, 8 marzo 2008).
"Il tassista che paralizzò Roma candidato con il Pdl. Nel Lazio arriva Loreno Bittarelli, presidente della cooperativa radiotaxi 3570, il caporivolta che guidò le manifestazioni dei taxisti contro le liberalizzazioni di Bersani" (ilmessaggero. it, 8 marzo 2008).

Da laRepubblica del 18/03/08

"Il programma di Veltroni è una fotocopia del nostro". (Silvio Berlusconi al Tg4, Ansa, 18 febbraio 2008).
"Il loro programma è solo carta straccia". (Silvio Berlusconi a proposito del programa di Veltroni, facendolo platealmente a pezzettini durante un comizio, repubblica. it, 8 marzo 2008).

Da laRepubblica del 17/03/08

"Quando avevo vent'anni lasciai che la mia ragazza abortisse. E poi fui complice di altri due aborti. Oggi avrei tre figli, sarebbero tre uomini fra i 35 e i 25 anni"
(Giuliano Ferrara, 28 febbraio 2008).
"La mia lista contro l'aborto arriverà all'8 per cento e anche di più in Lazio e in Lombardia" (Giuliano Ferrara, Corriere della sera, 14 febbraio 2008).
"Le mie liste prenderanno il 6-7 per cento in tutte le regioni in cui si presenteranno" (Giuliano Ferrara, Rai3, 17 febbraio 2008).
"Abbiamo tra il 4 e il 6 per cento" (Giuliano Ferrara, Il Giornale, 28 febbraio 2008).
"Si va verso un accordo con il Pdl" (Giuliano Ferrara, Il Giornale, 17 febbraio 2008).
"Corriamo da soli" (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 28 febbraio 2008).

Da laRepubblica del 05/03/08

Tutte le citazioni vengono dalla rubrica "Carta Canta" di M.Travaglio su Repubblica

domenica 23 marzo 2008

M.Travaglio a Firenze

Vi segnalo che il giornalista M.Travaglio sarà a Firenze, ecco l'annuncio completo:
1 aprile, Firenze - Incontro con Marco Travaglio e Piercamillo Davigo. Teatro Cantiere Florida, via Pisana 111 - ore 21

Io salvo problemi dell'ultimo minuto, dovrei esserci.

sabato 22 marzo 2008

Nessuno vincerà le elezioni

Vi posto un articolo di Roberto Saviano, autore di "Gomorra", libro che non ha bisogno di presentazioni (spero), con cui ha ottenuto un biglietto di sola andata per non tornara più a casa, vivendo difatti attualmente sotto scorta lontano da Napoli. Saviano ci illustra ancora una volta e con disarmante consapevolezza come la politica italiana sia intrecciata a doppio nodo con le Organizzazioni criminali, quelle degli "uomini d'onore", di cui non parla quasi nessuno. Questo semplicemente perchè hanno smesso di far valere le proprie ragioni a suon di plateali omicidi (basti pensare all'assassinio di G.Falcone: un intero tratto di autostrada sventrato per l'esplosione), servendosi invece di mezzi più sottili e in definitiva più efficaci. "La più grande impresa italiana", come è stata inquietantemente definita, opera come un parassita, in simbiosi col suo organismo. E questo presuppone che non sia solo lei a riceve benefici da questo rapporto alla pari. La lettura del pezzo chiarirà molte cose.
Voglio solo aggiungere che ora più che mai si sente la necessità di uomini forti nelle istituzioni, che sappiano levare la voce con fermezza per dire "basta!", ma siccome questa è una mera utopia (l'esperienza decennale di mal-governi ci può fare solo sorridere, o piangere, all'idea) forse dobbiamo smettere di rivolgerci con fiducia a chi ci dovrebbe rappresentare, e cominciare anche a contestare, senza demagogie, ma con fatti e memoria, questi politicanti in cerca, alla fine, solo di altro potere.
In sostanza quello di cui abbiamo bisogno sono persone informate. Noi dobbiamo alzare la voce quando è necessario.

Nessuno vincerà le elezioni*


Se un voto si compra con cinquanta euro, nessuno vincerà le elezioni in Italia.

Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama “organizzazioni criminali” e ancor più “economia criminale”.

Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l’equivalente di cinque manovre finanziarie.

Il titolo “La mafia s.p.a. è la più grande impresa italiana” fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora.

E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.

Non le vincerà nessuno, queste elezioni.

Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro.

Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese.

Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi gli schieramenti.

Non c’è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un’arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l’emigrazione verso l’estero. E’ cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.

Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali.

Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno.

Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo.

Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click.

Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.

Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro.

Quasi come al tempo di Achille Lauro, l’imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria.

Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo.

La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.

Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata.

Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica.

Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi.

Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell’arco di una campagna elettorale.

Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata.

E’ una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa?

O dove dal ‘92 a oggi, le organizzazioni [criminali] hanno ucciso più di 3.100 persone?

Più che a Beirut?

Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.

Il governo Prodi è caduto in terra di camorra.

Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l’inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini.

Personaggi sconosciuti all’opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata.

Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell’emergenza rifiuti.

E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l’esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco.

Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall’accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio.

La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero.

Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra.

Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse.

Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali.

E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all’Italia ferita dalle stragi di mafia: “Questo popolo ... talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte ... Mi rivolgo ai responsabili ... Un giorno verrà il giudizio di Dio”.

Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.

È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.

Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo.

Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro.

Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l’attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno.

O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale.

Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli.

Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.

Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all’insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione.

A non svendere il proprio voto.

A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.


*Di R.Saviano, la Repubblica 15/03/08

venerdì 21 marzo 2008

Piersilvio Airways

Super aggiornamento, scusate se non è farina del mio sacco, ma lo studio richiede tempo (sottratto al blog).


Quand’erano un filo più giovani, i due figli di primo letto Marina e Piersilvio servivano al Cainano per giurare il falso sulle loro povere teste. Ora che son cresciuti, vengono adibiti agli usi più disparati. C’è da sistemare una precaria? Che problema c’è, se la sposa Piersilvio (il poveretto non viene nemmeno consultato sui suoi gusti sessuali). C’è da salvare l’Alitalia? Ghe pensi mi, «ci sono i miei figli pronti a rilevarla, insieme a Toto e Banca Intesa». Purtroppo Toto ha già perso la sua chance.


Mentre Banca Intesa, non avendo legami di parentela con la famiglia Berlusconi (ma solo cospicui crediti con Forza Italia e con Toto), ha subito smentito. I due incolpevoli pargoli, invece, non osano nemmeno fiatare.

Del resto papà lo conoscono bene: lui le spara così, a raffica, come gli vengono. Infatti, col venir meno della banca, nonno Silvio fa presente che «la cordata è sempre pronta», ma c’è una piccola postilla: bisogna trovare qualcuno che metta i soldi, che sarà mai. Di qui l’idea geniale: il governo Prodi potrebbe lanciare un «prestito ponte», prelevandolo dalle tasche dei contribuenti, per finanziare l’operazione. In Europa si ride di gusto, visto che le regole comunitarie vietano gli aiuti di Stato. Ancora qualche ora e il Cainano dirà di essere stato frainteso dai soliti comunisti.

Peccato, però, che sia finita così. Intanto perché una compagnia aerea denominata «Piersilvio Airways» («Air Marina» avrebbe ingenerato equivoci col trasporto nautico) non avrebbe guastato affatto, in alta quota. Poi perché il conflitto d’interessi berlusconiano languiva da qualche anno sulle solite cosucce tipo tv, giornali, radio, portali internet, banche, assicurazioni, calcio, cinema, processi penali, insomma poca roba. Inglobare anche una compagnia di bandiera nel gruppo del futuro premier avrebbe conferito al conflitto d’interessi un frizzante tocco di novità, al punto che persino Uòlter, forse, avrebbe dovuto occuparsene. Ma l’operazione Piersilvio Airwaiys avrebbe giovato soprattutto per un terzo motivo: avrebbe inaugurato una nuova via tutto italiana al «fare impresa». Un tizio, uno a caso, mettiamo Berlusconi, diventa presidente del Consiglio nel 2001 e si incarica di mandare definitivamente a picco un’azienda pubblica già cagionevole di salute. Per essere sicuro che non ne resterà più traccia, la affida nelle mani sicure della Lega e di An, che ci giochicchiano per l’intera legislatura con i loro leggendari supermanager. Si comincia con l’ex deputato leghista Giuseppe Bonomi, promosso presidente di Alitalia e rimasto celebre per aver sponsorizzato i mondiali di equitazione indoor salto a ostacoli, ad Assago (Milano), dove lui stesso si esibì in sella al suo cavallo baio. Poi Bonomi viene spedito alla Sea (Linate e Malpensa) e ad Alitalia arriva un fedelissimo di Fini: Marco Zanichelli. Ma subito Tremonti litiga con Fini: «Giù le mani da Alitalia, non c’è più una lira». Zanichelli, preso fra le risse di potere del Cdl, se ne va dopo appena 70 giorni, rimpiazzato dall’ottimo Giancarlo Cimoli, che aveva già fatto così bene alle Ferrovie. Il tempo di scortare la compagnia verso il burrone, poi anche lui leva il disturbo, con una modica liquidazione di 5 milioni di euro.

A quel punto, affondata la flotta, il Cainano se ne va in ferie per un paio d’anni. E al suo posto arriva gente seria, come Prodi e Padoa Schioppa che tentarono di riparare ai guasti suoi. Quando ce la stanno per fare, trovando Airfrance interessata a rilevare un bidone che brucia 1 milione e ha perso 15 miliardi in 15 anni, riecco l’Attila di Arcore che, travestito da Buon Samaritano, tenta di sabotare la trattativa con l’aiuto consapevole di Bobo Formigoni, Bobo Maroni e Morticia Moratti e l’aiuto inconsapevole dei soliti sindacati miopi. Dice che compra tutto lui, anzi «i miei figli», più il celebre Toto, naturalmente coi soldi degli altri: o delle banche, o dello Stato. Perché lui, com’è noto, è un imprenditore che si è fatto da sé, e anche un vero liberale.

Una compagnia della buona morte talmente inguardabile che perfino Bonomi, da Malpensa, prende le distanze e, sotto sotto, si tocca. Basti pensare che ­ come rivelava ieri sulla Stampa Minzolini ­ sul caso Alitalia il consigliere più ascoltato di Berlusconi è il deputato forzista Giampiero Cantoni, già presidente craxiano della Bnl, più volte inquisito e arrestato, dunque titolare delle giuste credenziali per occuparsi della faccenda: per esempio, un patteggiamento di 11 mesi di reclusione per corruzione (con risarcimento di 800 milioni di lire) e un altro di 13 mesi per concorso in bancarotta fraudolenta del gruppo Mandelli. Un esperto. È la via berlusconiana al risanamento. Chi si chiama al capezzale di un’azienda dalla bancarotta? Un bancarottiere. Per dargli un’altra chance.

Di M.Travaglio, l'Unità.it, 21/03/08

"Bei" Ricordi...*

Leggo ogni giorno sulla stampa dichiarazioni di stima e di nostalgia per Bettino Craxi. La capacità della gente di dimenticare è incredibile. Si rimpiange e si loda un uomo che ha trovato un modo di fare politica perverso; per anni, anche per via del socialismo alla Craxi, il nostro è stato un paese non di doppia, ma di tripla, di quadrupla morale, come in un perverso gioco di matrioske, di scatole cinesi: dentro la morale del codice penale c'era quella del partito, e dentro quella del partito c'era ancora quella della segreteria, con dentro quella del clan, chiuso attorno al padrone.
Un clan dove il percettore di tangenti, l'architetto Larini, portava il denaro nell'ufficio di piazza Duomo. E Larini era noto non come uomo di partito, ma come uomo della famiglia, amico personale del segretario di partito da lunga data. "Per quelle cose" si diceva nella direzione socialista "rivolgetevi a Larini".
E' facile dimenticare ma qui si esagera.
Nella sentenza di rinvio a giudizio, i giudici milanesi facevano un osservazione ovvia e valida nel tempo: "Impensabile che il segretario del partito non fosse informato delle tangenti versate da grandi aziende come Montedison". Ma il segretario del partito e il suo clan non si sognavano neppure di sottoporre questi finanziamenti al controllo del partito o della sua direzione.
Nel 1990 dal bilancio del partito risultavano entrate provenienti dai privati per 400 milioni di vecchie lire, ma dalle testimonianze rese ai processi dai dirigenti di aziende si arriva alla cifra di 42 miliardi, di cui solo la metà arrivano effettivamente dalle casse del partito.
Eppure i nostri leader moderati e anche di sinistra hanno continuato a riaffermare stima e fiducia in colui che fu segretario del Partito socialista e nel dare credito alla tesi che il suo processo e la sua condanna furono l'effetto di un'azione "a carattere essenzialmente persecutorio".
Insomma, l'intera Procura di Milano, una ventina di dirigenti di partito, una quarantina di imprenditori, si sarebbero messi d'accordo per inventare accuse "totalmente infondate".
Non sembra però dimenticabile la testimonianza di un banchiere, allora direttore della Banca nazionale del lavoro, che si era rifiutato di prestare 400 miliardi di lire al costruttore Ligresti. Craxi gli disse: "Ti abbiamo dato un impero, e ora ti rifiuti di fare quanto ti ho chiesto, per danneggiare me o perchè non capisci niente. Vai ad imparare come si fa il banchiere".

Da "Fatti nostri" di Giorgio Bocca, il Venerdì di Repubblica 21/3/08.
*Il titolo è mio.
Link al video di P.Ricca con Stefania Craxi (figlia di Bettino, militante nel Pdl, ovviamente.)

Silvio all'orizzonte

Avendo già vinto le prossime elezioni Silvio Berlusconi gioca a perderle. Se ne occupa ogni mattina, quando da via del Plebiscito escono i sondaggisti, gli infermieri, le ragazze, e lui resta finalmente solo. Il gioco consiste nell’assottigliare il vantaggio, dissiparlo il più possibile, scongiurare l’eventualità che dopo il 14 aprile sia di nuovo costretto a governare.

Ha cominciato esibendo il gesto dell’ombrello e raccontando un paio di barzellette sugli ebrei. Ha continuato elogiando la figura morale di Marcello Dell’Utri, suo candidato in Lombardia. Poi scegliendo con mano sicura Sergio De Gregorio silhouette degli italiani all’estero, e Giuseppe Ciarrapico, quello che celebra Mussolini e Andreotti. Lo ha candidato dicendo che non conterà proprio nulla, anche se porta voti, ottimo elogio della democrazia. Quindi ha messo in campo la sua coppia migliore: l’ex liberista Giulio Tremonti e l’ex ministro della Difesa Antonio Martino. Il primo schierandolo sul confine cinese a studiare dazi contro l’invasione dei musi gialli. Il secondo su quello interno iracheno dove ha intenzione di rispedire le truppe italiane per irrorare la nuova democrazia, a Baghdad.

Dopo la squadra, il programma. Alle ragazze precarie ha detto arrangiatevi, o al limite “sposatevi mio figlio che è miliardario”. Ai pensionati ha fatto gli scongiuri. Agli evasori fiscali un sorriso. Agli italiani l’augurio di prossimi sacrifici. A Veltroni ha detto che è la maschera dei comunisti. I quali hanno confezionato un programma copiato dal suo, ma anziché elogiarlo lo ha stracciato in pubblico. Ora ha lanciato l’allarme brogli, perché la sinistra è capace di tutto. Lui solo di vincere. Anche se preferirebbe tanto riposarsi sul lungolago, ha detto, in compagnia di chi sa lui. Ha ancora un mese per riuscirci.

Di Pino Corrias, dal sito "Voglio Scendere" Di Travaglio, Gomez e Corrias

domenica 16 marzo 2008

Basta accendere la tv

Prima di leggere vi invito a guardare questo filmato di M.Travaglio.


Basta accendere la tv.

Basta accenderla per rendersene conto.

Basta parlare con i ragazzi, con gli adulti.

Basta osservare il comportamento dei più giovani per vedere a tal punto sia arrivato il livello di stordimento e omologazione del pensiero e delle idee che la tv è riuscita a inculcarci nella testa.

Siamo totalmente immersi nel mondo delle “opinioni”, i fatti, la memoria non esistono quasi più. I giornalisti scompaiono e al posto loro spuntano gli “opinionisti” come funghi. Sono sempre di più e sono sempre più personaggi incredibili. Nel vero senso della parola: non sono credibili.

Se osserviamo un giorno qualsiasi il palinsesto dei programmi tv (non la domenica per carità, sarebbe come sparare sulla croce rossa) possiamo avere la fortuna di imbatterci sin da subito nei meravigliosi telegiornali delle varie reti, pubbliche e private, che ci propinano una serie di servizi a dir poco clamorosi. Con i dovuti distinguo. Se infatti incappiamo in Studio Aperto possiamo solo aspettarci servizi-gossip con sottofondi musicali, se per caso stiamo guardando il Tg1 o il Tg2 magari abbiamo la fortuna di gustarci un po’ di giornalismo all’anglosassone di Riotta, o un bel commento delirante su B.Grillo da parte di Mazza, dopodichè saranno servizi su quel che ha detto un politico quel tale giorno, sulla risposta totalmente opposta fornita dal politico della parte avversa e le varie reazioni degli schieramenti avversi. E via così senza capire assolutamente come stiano realmente le cose, con nessuno, conduttore compreso, che sia veramente documentato, dati alla mano, su ciò di cui si parla. Nessuno. Scomparsi i fatti. Restano le opinioni di destra e di sinistra. Chi ha ragione? Chi a torto? Vallo a sapere.

Proseguendo può succedere di imbattersi in quelle perle di giornalismo televisivo che ci regala il Tg 4, strumento di nota propaganda politica, che confeziona sempre i soliti tre-quattro servizi "tipo" e li ripropone ogni giorno a chi sta a casa, si spera solo a farsi una risata guardandolo: si parte con il discorso di uno di sinistra prontamente smentito da uno di destra, poi almeno un primo piano del CavalierNano devono farlo per via della "legge di Fede" che impone come un santino l’effige del padrone. Si può passare dunque a far sentire il solito discorso del Papa oppure mandare un po’ di cronaca nera, il più macabra possibile con questi CSI all’italiana che non ne azzeccano manco una, ma fanno tanta audience. E giungiamo quindi ad uno dei servizi più belli, in cui vengono intervistate sempre e dicasi SEMPRE, una dozzina di persone di varia estrazione sociale che ripetono tutte e all’unisono che con le tasse non ci si fa più, gli stipendi/pensioni sono basse, l’Euro è una maledizione perché i prezzi di tutti i generi di bisogno sono aumentati (mentre su l’onestà dei commercianti che li applicano non si discute). Il tripudio del pensiero unificato. Chiudiamo con gli stralci di bella vita mondana di qualche starlette televisiva che ha come unico problema nella vita quello di non avere il fidanzato o di essere paparazzata, facendo passare il messaggio che il migliore dei mondi possibili è quello della divetta televisiva . Celebrità e festini. Che esempio per tutti.

Vengono invece taciute le notizie, le inchieste non esistono più, non si può parlare di nessuna cosa se non c’è il contraddittorio. Anche quando non serve perché ciò di cui si sta trattando è assodato e non può essere smentito. Molta della tv che dovrebbe fare informazione ci propone questo spettacolo e il modo di pensare si adatta: nessuno adesso ha più torto su nulla. Nessuno ammetterebbe mai nulla. Tutti vogliono avere l’ultima parola. Tutti vogliono essere liberi di fare ciò che vogliono, nessuno di meritarselo. Nessuna costrizione, nessuna responsabilità personale. Il furbo vince, l’onesto è un tonto. La legalità e il lavoro non premiano, il divertimento è tutto. I soldi non bastano ma si mostra un’Italia ricca e grassa, capace di spese folli e abbuffate. Le vere, povere realtà (scusate il gioco di parole) le si fanno apparire come lontane, distanti, qualcosa con cui si può fare i conti con la propria coscienza magari cinque minuti prima di andare a letto, ma di fatto intangibili.

Se poi però si spegne l’apparecchio e si dà una occhiata a internet dove fortunatamente vige ancora una libertà totale di espressione, si scopre il risvolto della medaglia.

Si ritrovano i volti dei (veri) giornalisti eliminati dalla tv, gli “scomodi”.

Trovi le parole che ti fanno aprire gli occhi e ti ridanno nuovi stimoli.

Si può per esempio incappare in un articolo di illuminante sullo stato della Disinformatja operata dei media:

“Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica oggi il nuovo rapporto sulle crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2007. Il rapporto contiene la “top ten” delle crisi umanitarie più ignorate nel mondo e un’analisi realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sullo spazio dedicato alle crisi umanitarie dai principali telegiornali della televisione generalista in Italia. Le dieci crisi umanitarie identificate da MSF come le più ignorate sono: Somalia, Zimbabwe, tubercolosi, malnutrizione infantile, Sri Lanka, Repubblica Democratica del Congo, Colombia, Myanmar, Repubblica Centrafricana e Cecenia.

L’analisi delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali RAI e Mediaset mostra, innanzitutto, un calo delle notizie sulle crisi umanitarie nel corso del 2007, che passano dal 10% del totale delle notizie (dato 2006) all’8% (6426 notizie su un totale di 83200). Di queste, solo 5 sono quelle dedicate alla Repubblica Democratica del Congo, dove il conflitto continua a infuriare nell’est del paese, e nessuna alla Repubblica Centrafricana, dove la popolazione è intrappolata nella morsa degli scontri tra gruppi armati, e dove lo scorso giugno un’operatrice umanitaria di MSF è stata uccisa in un attacco.

Una tendenza già riscontrata nei precedenti rapporti è quella, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi solo laddove riconducibili a eventi e / o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, cui si fa riferimento soprattutto in occasione di vertici politici cui partecipa il governo italiano o dell’omicidio di Ilaria Alpi; la guerra in Sri Lanka di cui si parla esclusivamente in occasione del ferimento dell’ambasciatore italiano; la Colombia che entra nell’agenda dei notiziari soprattutto per il sequestro di Ingrid Betancourt, in questo paese il conflitto tra governo, gruppi guerriglieri come FARC e ELN e gruppi paramilitari ha provocato la fuga di oltre 3 milioni di persone, portando la Colombia al terzo posto tra i paesi con il più alto numero di sfollati dopo Repubblica Democratica del Congo e Sudan. Alla tubercolosi, che ogni anno provoca due milioni di vittime, e a cui nel 2006 erano state dedicate solo tre notizie, nel 2007 i TG hanno dedicato 26 notizie, di cui tuttavia ben 15 sulla vicenda di un americano affetto da una forma di tubercolosi resistente ai farmaci che viaggiava in aereo tra Stati Uniti ed Europa.

Il Darfur, dove il conflitto tra il governo del Sudan e i diversi gruppi di opposizione armata ha provocato lo sfollamento di oltre due milioni di persone dal 2004, ha visto una copertura mediatica maggiore rispetto al 2006. Le notizie, tuttavia, erano soprattutto relative a iniziative di raccolta fondi e di brevi visite di personaggi celebri del mondo dello spettacolo.

Alla malnutrizione, che ogni anno uccide 5 milioni di bambini sotto i 5 anni, sono state dedicate solo 18 notizie, la maggior parte delle quali in relazione a generici appelli del Papa conto la fame nel mondo e alla campagna “Il Cibo non Basta” di MSF per promuovere l’utilizzo degli alimenti terapeutici pronti all’uso per combattere la malnutrizione infantile. All’AIDS, che uccide due milioni di persone ogni anno, 54 notizie.
Alla malaria, che ne causa una ogni 3 secondi, solamente 3.”

Interessante vero?

Sono stato ingiusto però. Non sono solo i video-notiziari i principali omologatori del pensiero di massa, anzi. Ho proprio dimenticato lo strumento principe per questo scopo: la pubblicità. E come scordarsela? Per chi accende la tv è un bombardamento continuo. Forse tale e tanta è la portata che talvolta non ci facciamo neanche più caso. E facciamo male. Questo articolo de l’Unità (non storcete subito il naso, qua la faccenda è apolitica) mostra bene alcuni messaggi che ogni giorno ci vengono lanciati dallo schermo:

“Avete mai notato che negli spot televisivi i benzinai sono quasi sempre dei virgultosi maschi sui quaranta, bianchi e mascelluti? Curioso, visto che nell'esperienza di tutti noi il benzinaio è quasi sempre non italiano, sovente extracomunitario o dell'est europeo. E avete notato che in pubblicità i bebé sono quasi sempre biondi (come quello inquietantissimo della Plasmon in cui a centinaia vanno gattoni verso il Sol dell'Avvenire, che è un pappetta)?

Bizzarro, poi, che ci siano pubblicità che si interrompono a vicenda e altre pubblicità che sembrano delle fiction: il primo caso riguarda le telepromozioni di cui sono infarciti moltissimi programmi, con conduttori e starlettes a magnificare improvvisamente prodotti del tutto improbabili, telepromozioni al cui termine partono altri spot; il secondo è il fenomeno della serializzazione, per cui hai l'immensa serie dell'ex vigile Christian De Sica alle prese coi telefonini, quell'altra con Bonolis che si ritrova in paradiso in nome di una nota marca di caffé, quell'altra con Mike & Fiorello che pubblicizzano anche loro le mitiche gesta di una società di telefonia (...ce ne sono altre, ma sopravvoliamo, come avrebbe detto un tempo Guzzanti Corrado).

Avete notato che le pubblicità dei salvaslip le mandano in onda, disgustosamente, sempre alle ore dei pasti? Avete notato che un tempo le pubblicità tendevano ad essere sempre più sofisticate, sia dal punto dell'immaginario visivo che da quello tecnologico, mentre ora il linguaggio si fa di giorno in giorno più diretto o, per meglio dire, elementare? Avete notato che gli spot delle automobili, in linea generale, tendono sempre al mistico, quasi al soprannaturale, in modo da insinuare nella mente dell'automobilista che ne va della sua stessa identità?E forse avete pure percepito che moltissime pubblicità - come quella recente di una nota marca di gelati - parlano continuamente della «creatività» proprio nel momento in cui stanno codificando la serialità industriale del prodotto che deve essere venduto? Ed è possibile che tutti quelli che hanno mal di testa, mal di pancia o che si lavano i capelli, usano il detergente intimo o il deodorante dell'ultima generazione siano sempre della media borghesia e non vivano mai e poi mai e poi mai in una borgata o in una periferia di quelle toste davvero, né sono di colore e difficilmente parlano un dialetto pesante? (Questo forse perché si ritiene che chi vive in borgata, o è di colore o si esprime in dialetto non ha il mal di testa, né il mal di pancia, né si lava i capelli e figuriamoci se usa un detergente intimo...).

Avete notato che il conduttore che sta per interrompere il programma dice sempre «andiamo in pubblicità», ove quell'«andare in» implica l'immersione in un universo parallelo, l'accettazione di un'altra verità, di un altro mondo?”

La parte sulle pubblicità delle automobili è impressionante, e sarà materia di riflessioni successive, comunque nel complesso il pezzo è esplicativo dei messaggi quasi “subliminali” che ci vengono somministrati. Ci ricordano che il marcato non ha un’etica e che pur di farti acquistare, acquistare, acquistare, farebbero qualunque cosa.

Anche rimbambirti. Anzi in questo ci riescono benissimo.




 
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