lunedì 14 aprile 2008

Un uomo perbene



Ci sia consentito di ringraziare dal più profondo del cuore il sen. Marcello Dell’Utri, noto pregiudicato e soprattutto bibliofilo tra i più raffinati. Grazie perché non delude mai: trentanni dopo la prima intercettazione che lo immortalò a colloquio con l’eroico Mangano, continua a ricevere mafiosi e a farsi beccare al telefono senza usare precauzioni.

L’altro giorno, quando girava voce di un misterioso senatore sorpreso a colloquio con uomini della ‘ndrangheta, ci siamo detti: no, non può essere ancora lui. Basta con questa cultura del sospetto che associa il suo nome a qualunque scandalo dell’orbe terracqueo. Ogni tanto si riposerà anche lui, che diamine. Invece s’è scoperto che l’uomo al telefono col bancarottiere Aldo Miccichè, latitante in Venezuela, era Dell’Utri. L’uomo che riceveva nel suo studio Antonio Piromalli, reggente del clan calabrese impegnato nei brogli esteri, e suo cugino Gioacchino, avvocato radiato dall’Ordine per una condanna di mafia, era ancora lui. L’uomo che poi ringraziava Miccichè per avergli mandato a casa quei “due bravi picciotti”, era sempre lui. Grazie sentore per agevolare, con la sua sostenibile leggerezza dell’essere, gl’investigatori.

La prima volta fu nel 1980, quando si fece sorprendere al telefono con Vittorio Mangano a parlare di “cavalli”. La seconda nel 1986, quando il Cavaliere lo chiamò per informarlo di una bomba appena esplosa nella villa in via Rovani: ma “fatta con molto rispetto, quasi con affetto”, un “segnale acustico” tipico dell’eroico Mangano (che fra l’altro non c’entrava perché era in galera). La terza un mese dopo, quando il mafioso Tanino Cinà gli telefonò per annunciargli l’arrivo di quattro cassate: una per lui, una per suo fratello, una per Confalonieri, una extralarge da 10 chili per Silvio. Le rare volte in cui non parla al telefono, le sue agende parlano per lui: due appunti del novembre ’93 (“2-11, Mangano sarà a Milano per parlare problema personale”; “Mangano verso il 30-11”) rivelano che, mentre dava gli ultimi ritocchi a FI, riceveva a Publitalia il solito Mangano, reduce da 11 anni di galera per mafia e droga.

Altre volte, al telefono, parlano di lui gli amici. Come due uomini legati alla mafia catanese, Papalia e Cultrera, che il 25 marzo ’94 si preparano alla prima vittoria azzurra: “Il giorno in cui Berlusconi salirà, come ho detto in una cena alla presenza anche di Marcello, si dovranno prendere tante soddisfazioni… fra cui l’annientamento dell’amministrazione (la giustizia, ndr), perché sono gruppi di comunisti!”. Marcello è lo stesso che il 12 ottobre ’98 riceve nell’ufficio di via Senato a Milano Natale Sartori (socio della figlia di Mangano in una coop di pulizie), pedinato dalla Dia in un’indagine per droga. Due mesi dopo, 31 dicembre, la Dia filma Dell’Utri mentre incontra a Rimini il falso pentito Pino Chiofalo, che organizza un complotto per calunniare i veri pentiti che accusano Marcello.

Maggio ’99: Dell’Utri è candidato in Sicilia all’Europarlamento: un picciotto di Provenzano, Carmelo Amato, vota e fa votare: “Purtroppo dobbiamo portare a Dell’Utri, se no lo fottono. Pungono sempre, ‘sti pezzi di cornuti (i giudici, ndr), questi sbirri non gli danno pace”. Maggio 2001: il boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, parla col mafioso Salvatore Aragona: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, “alle elezioni ’99 ha preso impegni” col boss Gioacchino Capizzi “e poi non s’è più fatto vedere”. Aragona rivela: “Io sono stato invitato al Circolo, che è la sede culturale e intellettuale di Dell’Utri in via Senato, una biblioteca famosa”. Nel 2003 Vito Roberto Palazzuolo, condannato per narcotraffico, imputato per mafia e rifugiato in Sudafrica, aggancia Dell’Utri e la moglie perché premano sul ministro di Giustizia – scrivono i pm – “per ammorbidire le richieste di rogatoria e di estradizione”. Nel 2005 la Procura di Monza intercetta due finanzieri, Savona e Pelanda, che parlano del Ponte sullo Stretto e il secondo ha appena saputo dall’amico Dell’Utri che “la gara d’appalto la vince l’Impregilo”. Profezia puntualmente avverata.

Nel 2005, scandalo scalate & furbetti. Mica c’entrerà Dell’Utri anche lì. No, nelle intercettazioni lui non parla e nessno parla di lui. Ma poi arrestano Fiorani, e questo parla di 200 mila euro da sganciare ai senatori forzisti Grillo e Dell’Utri. Nessun reato, stabiliscono i giudici. Ma il suo motto è quello di Piercasinando: “Io c’entro”. Sempre.

Come diceva Montanelli, “Dell’Utri è un uomo colto. Soprattutto sul fatto”.

Uliwood Party di M. Travaglio - 13/04/2008

Un inno a cosa nostra - Uliwood Party di M. Travaglio - 09/04/2008

Il Burlone



Il Contratto con gli Italiani sigla­to da Silvio Berlusconi a Porta a Porta l'8 maggio 2001, dinanzi al notaio Bruno Vespa, era uno scherzo. «Non era un contratto», «non ha mai avuto alcuna rilevan­za giuridica», insomma un sempli­ce «atto politico» dotato di una «totale improduttività di effetti per nullità-inesistenza». È nullo, non è mai esistito. Chi lo dice? Un antiberlusconiano sfegatato? Un demonizzatore accanito? No, lo dice lo stesso auto­re del Contratto-non contratto: Silvio Berlusconi in persona. Dove? Negli atti difensivi depositati dai suoi legali nella causa intenta­ta due anni fa da un giovane rompiscatole, A.C.: l'unico ita­liano ad aver preso sul serio il Contratto con gli Italiani. Al punto da recepirlo formalmente, recapitando al Cavaliere il 10 febbraio 2006 - penultimo giorno della penultima legisla­tura - un "atto di accettazione". In quella letterina piena di riferimenti giuridici, A.C. ram­mentava all'allora premier che quello siglato sulla celebre scrivania di ciliegio "può essere qualificato come un contratto con obbligazioni del solo pro­ponente (art. 1333 Codice civi­le)". Quindi, non essendo "stato da Lei mai revocato", è "giuridicamente vincolante" e sottoposto alla verifica della magistratura. Da quel momen­to si è perfezionato il contratto unilaterale fra Berlusconi e gli italiani (che non avevano fir­mato nulla), perché almeno uno di essi l'ha accettato. E, con quella firma, è scattata la trappola. Il rompiscatole e i suoi avvocati Alessandro Frittelli e Giuseppe Marazzita ricor­dano al Tribunale civile di Mila­no che il Cavaliere s'era impe­gnato a "non ripresentarmi al­le elezioni del 2006 se, al termi­ne dei 5 anni di governo, almeno 4 su 5 traguardi non fossero stati raggiunti". Impegno viola­to nel 2006 e nel 2008, quando Berlusconi s'è ricandidato per ben due volte, pur avendo mancato tutti e 5 i traguardi "contrattuali". Lo stesso Cava­liere - osservano i legali di A.C. - seguita a ripetere di aver ri­spettato l’85% degli impe­gni", mentre in casa Vespa ave­va promesso di realizzarne interamente 4 su 5. Dopodichè le aliquote fiscali sono rimaste 4, non 2; le pensioni minime non sono aumentate a 516 eu­ro per tutti, ma solo per qualcu­no; i delitti non sono diminui­ti, ma aumentati; la disoccupa­zione non s'è dimezzata; il 40% di grandi opere non è par­tito. Perciò il tignoso cittadino si sente preso in giro e chiede i danni: 5 mila euro simbolici per mancata ottemperanza del­l'obbligo di non tacere". Cioè di ritirarsi a vita privata. La dife­sa Berlusconi ribatte che il Con­tratto è "nullo", dunque nessu­no può pretenderne il rispetto: era un semplice "programma politico". Ma A.C. dimostra che il programma della Cdl era tutt'altra cosa rispetto al Con­tratto, come lo stesso Cavaliere proclamò solennemente a Por­ta a Porta. La difesa Berlusconi ammette addirittura che gl'im­pegni non furono rispettati, an­che se accampa le solite scuse: "Se il mancato raggiungimen­to di una o più parti del pro­gramma politico si è verificato, cioè è dovuto a fattori politi­co-economici imprevedibili e indipendenti dalla volontà del dr. Berlusconi: a partire dell'at­tentato alle torri gemelle fino al buco di 37 mila miliardi di lire scoperto dopo l'insediamen­to del Governo...". Poi, a scan­so di equivoci, invoca l'immu­nità parlamentare: il Contrat­to-non contratto rientrerebbe "nell'attività insindacabile" protetta dall'"art.68 della Costi­tuzione" che "comporterebbe l'improcedibilità del giudizio o la sospensione del processo" in attesa dell'autorizzazione a pro­cedere della Camera. Ma qui il rompiscatole A.C. piazza il col­po che potrebbe essere decisi­vo: "Se il dr. Berlusconi sapeva che il Contratto era inesistente e dunque nullo, perché non ne ha dato notizia fin dall'inizio" - lui e agli altri 58 milioni di italiani?

M.Travaglio, Uliwood Party - 12/04/1008

domenica 13 aprile 2008

Possibile volerlo davvero?


«Possibile che gli italiani vogliano davvero che sia un politico simile a governarli?».
La domanda angosciante e - fino a domani, priva di risposta - è di John Lloyd, giornalista inglese. Come molti di coloro che non hanno molta stima di Berlusconi in Europa, John Lloyd non è uomo di sinistra, meno che mai un militante di parte. È un editorialista del Financial Times di Londra che guarda l’Italia con lo stesso stupore di tutta l’Europa.
Possibile? «Trattando gli italiani come un pubblico da sollazzare, illudendolo a pensare che ogni errore è imputabile alla sinistra, Berlusconi perdura nell’usare uno stile politico che dimostra tutti i suoi anni, e la pretesa che l’Italia resti ferma nel tempo. È lì che gli italiani vogliono stare?» (traduzione de la Repubblica, 4 aprile).
C’è in ciò che scrive il giornalista inglese un genuino senso di partecipazione all’angoscia di una parte degli italiani (grande, crediamo). Eppure tutto ciò era stato scritto quando l’uomo di Arcore sembrava dilettarsi a farci credere, come in un brutto film, al suo intenso traffico con donne giovani, un assortimento di vallette e candidate che avrebbero dovuto piazzare i riflettori (con la dovuta cautela) sul suo volto, che ritiene irresistibile. Erano i giorni in cui non trovava di meglio che fingersi indifferente e genericamente insultante (è il suo stile quando è “buono”) di fronte alle piazze calde e affollate di Walter Veltroni. Gli stessi giorni in cui il suo aiutante di campo Gianfranco Fini si arrabbiava di fronte a cinema vuoti che avrebbero dovuto ospitare i suoi comizi.
E le scaltre telecamere dei vari telegiornali (”tutti di sinistra”) riuscivano a non farci vedere i vuoti nelle piazze di Berlusconi. Ricorderete che l’uomo che si candida per la quinta volta, sperando di avere una seconda occasione di governare per cinque anni l’Italia, era “entrato in pista” tentando invano il salto di Benigni, e spiegando a tutti di essere sostenuto da 10 (dieci) punti di distacco dalla sinistra. Come dire, “è cosa fatta”.
Ma qualcosa deve essere accaduto (“l’erosione del distacco” propone Ezio Mauro nel suo editoriale del 10 aprile) perché all’improvviso, dalla sua parte politica, c’è stata una violenta caduta di massi che ha colto molta gente di sorpresa, una brutta sorpresa persino se viene da Berlusconi. Una sorpresa che probabilmente avrà colpito e impressionato anche elettori che si preparavano a restituirgli il mandato di governare da destra. Se è stata l’erosione del distacco a provocare la strategia rabbiosa che Berlusconi, Bossi e i suoi hanno rovesciato sull’Italia in questi giorni, in queste ore, allora devono avere visto un buco di consensi che ha messo paura. Vediamo. Prima viene Umberto Bossi, il 5 aprile. Si fa trovare al giuramento di Pontida, una penosa messa in scena con figuranti vestiti da guerrieri che devono dire, a nome del prossimo governo italiano, queste parole da avanspettacolo: «Oggi, sul sacro suolo di Pontida, noi rappresentanti dei Popoli Padani, giuriamo di difendere la libertà dei nostri Popoli Padani (scusate la ripetizione, ma è proprio così nel testo del giuramento, ndr) dal potere romano e ciò faremo giurare ai nostri figli». Bossi dovrebbe leggere. Ma rinuncia, butta via il foglietto e improvvisa, ispirato dai buoni sentimenti che animano lui e la Lega Nord di Calderoli, Castelli e Borghezio: «Attaccheremo. E tutti insieme sferreremo un colpo mortale al centralismo della canaglia romana».
Poiché la sequenza di ciò che stiamo raccontando è rapida e aggrovigliata e i vari protagonisti sembrano a volte intenti ad essere cattivi, a volte soprattutto confusi, occorre precisare che siamo ancora nella fase in cui Bossi è già stato designato dal monarca di Arcore quale “ministro delle riforme” del governo “che sta per venire”. Evidentemente la spinta violenta e la messa in scena teatrale dei leghisti, unici veri e fidati sodali del monarca (gli altri o li ha cacciati o li ha sottomessi alla sua diretta dipendenza) ha creato un desiderio di emulazione al peggio. E scoppia subito (6 aprile) la solenne denuncia dei brogli. Per denunciarli Berlusconi invoca “il precedente” del 2006, quando era lui il capo del governo e Pisanu (che invece di stare al Viminale, ha passato la notte a casa di Berlusconi) era il ministro dell’Interno.
Non si ha notizia, neppure nelle conflittuali repubbliche del Kenya e dello Zimbabwe, di un governo che accusi di brogli l’opposizione, perché è impossibile. Ciò che avviene durante una elezione è responsabilità esclusiva di chi controlla il governo. E infatti le accuse di broglio muovono sempre in senso inverso.
Ma non si deve dimenticare che - per lo strano e inedito caso italiano - l’accusa viene da un ex capo di governo che aveva montato la Commissione parlamentare di inchiesta detta “Telekom Serbia”, affidata alle informazioni di un ben retribuito falsario e calunniatore, successivamente arrestato e incriminato (per falso) dalla magistratura.
L’accusa viene da un ex capo di governo che aveva montato la Commissione parlamentare di inchiesta detta “Mithrokin”, costituita allo scopo di dimostrare, con testimoni a pagamento e un consulente che è stato un vero costo della politica (prima della prigione per falso) che Prodi era uomo del KGB. L’accusa viene da un ex capo di governo che aveva messo sotto spionaggio militare almeno un centinaio di magistrati e giornalisti che dovevano essere “disarticolati”. Illegale? Illegale.
Naturale che a una persona così venga in mente di buttare avanti in anticipo l’accusa di brogli, opera di comunisti abilissimi, capaci di estrarre e riporre a piacimento le schede nelle urne repubblicane. Quanto questo giovi all’immagine dell’Italia-Zimbabwe è facile immaginare. Però non basta. Il colpo di Berlusconi offre una nuova spinta a Bossi. Che sarà senza voce ma ha prontamente dichiarato: «Andremo con i fucili a stanare la canaglia romana». Siamo tra il 6 e il 7 aprile e la bordata dei fucili padani viene affrontata con tono padronale da Berlusconi: «Beh, la salute di Bossi è quella che è».
* * *
Nessuno saprà mai, in questo Paese semi-civile, quali sono le condizioni di salute di Bossi, che stava per diventare titolare di un ministero chiave, e che in ogni altro Paese dovrebbe dare, da persona pubblica e da capo di partito, notizie precise e documentate sulle sue condizioni di salute. Per fortuna la signora Bossi fa sapere ai giornali che «lui sta bene, benissimo», e la sua dichiarazione ci deve andar bene come se Bossi fosse un vicino di condominio a cui fare i migliori auguri. Ma non siamo che all’inizio. Forse per riequilibrare l’impressione della minaccia di creare bande armate, Berlusconi fa sapere (8 aprile) che, con il suo nuovo governo, ci sarà una legge che obbligherà i magistrati a test periodici sulla salute mentale.
Si può immaginare la risonanza europea di una simile dichiarazione, la portata di diffamazione del proprio Paese da parte di un candidato molto ricco, molto potente, molto indagato, e scampato a sentenze di condanna solo grazie a ritocchi apportati ai codici dai suoi avvocati diventati legislatori nel partito dell’indagato.
Ha scritto lo Herald Tribune del 12 aprile: «Ormai il settantunenne Berlusconi dice a ruota libera la prima cosa che gli viene in mente. Ma probabilmente Berlusconi pensa davvero che i magistrati che hanno osato incriminarlo varie volte devono essere matti». Infatti, subito dopo lo shock, impossibile non notare la minaccia e il ricatto: le verifiche sullo stato mentale del giudice saranno “periodiche”. Ovvero dopo ogni sentenza sgradita. A meno che significhino: bisogna essere matti per rischiare la vita ogni giorno contro mafia, ndrangheta, camorra, per salvare l’Italia nonostante Berlusconi, i suoi “valori”, i suoi dipendenti mafiosi.
Ma lo stesso giorno interviene Dell’Utri, proprio lui, Dell’Utri Marcello, condannato a nove anni per reati di mafia e ricandidato al Senato della Repubblica. Interviene con due argomenti che cadono addosso all’Italia e al suo prestigio come un colpo violento. Prima dichiarazione.
Lui, Dell’Utri, un uomo con quel passato, annuncia che, se vince Berlusconi e la sua gente, i suoi fucili, i suoi test psichiatrici per magistrati pazzi, tutti i libri di storia saranno sottoposti a rigorosa censura affinché scompaia ogni traccia di antifascismo.
E propone che, al posto dei caduti delle Fosse Ardeatine, si celebri come un eroe nazionale il boss mafioso e pluriassassino Mangano, già amico e collaboratore di Berlusconi e dell’Utri e - sia pure nell’ombra - co-fondatore di Forza Italia.
La ragione di tanto eroismo di un imputato di alcuni omicidi, condannato a due ergastoli? «È morto in prigione piuttosto che parlare ai giudici di Berlusconi e di me», precisa Dell’Utri.
Interessante dichiarazione. Significa: “se Mangano parlava eravamo finiti” . C’è da capirlo. Un vero eroe. Berlusconi, il candidato primo ministro d’Italia, conferma e rafforza il giudizio: «Un vero eroe». Ma può una persona, che non si è mai sottoposta a test per la salute mentale, dire in pubblico e in piena campagna elettorale una cosa simile, ovvero stabilire una volta per sempre un saldo legame omertoso con un importante boss della mafia siciliana, condannato all’ergastolo per molti omicidi?
* * *

Intanto avvengono cose che stupirebbero il resto del mondo democratico. Per esempio. Calderoli dice: «Non vi vanno bene i fucili? Useremo i cannoni». Come se non sapesse, lui che è stato sempre molto vicino a Milosevic e ai feroci comandanti serbi, che la guerra civile nella ex Jugoslavia è iniziata con parole come quelle sue e di Bossi.
Per esempio. Il generale Speciale, l’ex comandante della Guardia di Finanza, rimosso per incompatibilità (in altri tempi si sarebbe detto per ribellione), noto per il trasporto, su e giù per la penisola, di spigole fresche con aerei di Stato, fa sapere, con il linguaggio di un Sud America pre-democratico ormai scomparso: «Molti ufficiali appoggiano la mia candidatura. Chi mi ha tradito la teme». Squisito esempio di integrità militare, moralità repubblicana e di rispetto della Costituzione. Speciale sente aria di Pinochet. È a questo punto, di fronte a questa marea montante di fango, che il candidato premier del Partito Democratico Veltroni ha scritto una lettera in cui propone agli avversari un patto di lealtà democratica.
Giustamente Veltroni pensa che non tutti, persino a destra, siano cloni di Dell’Utri e del generale Speciale. E propone, nella sua lettera quattro punti che sono, allo stesso tempo, il minimo che si può chiedere alla comune partecipazione alla democrazia, ma anche il massimo di una garanzia reciproca. È un testo semplice, su un piano totalmente diverso da quello dei programmi e delle idee di schieramento.
I punti sono: unità e indivisibilità del Paese, rinuncia alla violenza, fedeltà a tutti i punti della prima parte della Costituzione, riconoscimento e rispetto della nostra Storia, della nostra identità nazionale, a cominciare dal tricolore.
Questa semplice e limpida richiesta di un candidato italiano alla guida del Paese è stata dichiarata “irricevibile” dalla destra in un tumulto di sberleffi, commentata a lungo da Berlusconi e dal suo coro, diretto dall’assistente Bonaiuti, nel silenzio penoso di Fini, come un tipico inganno dei comunisti. È enorme, lo so. Ma non è tutto. Manca ancora (9 aprile) la intimidazione contro il Capo dello Stato.
Deve andarsene e lasciare libero il posto per il nuovo arrivato «perché altrimenti la sinistra si è presa tutte le istituzioni. Solo se Napolitano se ne va, si può concedere all’opposizione la presidenza di una della Camere».
Si noti il percorso contorto, oltre che offensivo, dell’assurdo discorso. Tutto ciò, infatti, avverrebbe in caso di vittoria della destra. Dunque la destra avrebbe tutto in mano.
L’idea che una delle Camere possa essere presieduta da una personalità dell’ opposizione viene dai tempi dell’Italia della guerra fredda.
Ma adesso Berlusconi dice che, oltre alla vittoria e al controllo di tutto, vuole anche il Quirinale. Tutto ciò lo avevamo raccontato, esattamente come poi è avvenuto in questi tetri giorni, nell’editoriale de l’Unità di domenica scorsa. Ma avere previsto il peggio, con Berlusconi e a causa di Berlusconi, non è motivo di vanto. Semplicemente conferma che il peggio - da Berlusconi - può sempre venire, nonostante il peggio già dato.
A meno che gli italiani, compresi coloro che pensano che sia una buona cosa non votare, non decidano di salvare il Paese e se stessi.
Lo ha ripetuto Marco Pannella dallo “Studio aperto” di Radio Radicale la sera di venerdì 11 aprile, in una diretta durata tutta la notte, che ha invaso anche il giorno successivo. «Non fatevi troppe domande inutili» - ha detto il leader radicale - che pure lamenta il trattamento sgradevole riservato ai candidati radicali nelle liste del Pd da parte dell’ex ministro Fioroni, a sua volta candidato ed esponente del Partito democratico. Ha continuato a ripetere Pannella: «La scelta è tra Veltroni e Berlusconi.
Abbiamo bisogno che riprenda la vita politica in questo Paese. Perché accada bisogna dire no a Berlusconi e votare Veltroni».
Questa è una storia che riguarda ciascuno di noi. Come il fascismo. E non c’è alcuna ragione di fingere che sia utile o anche solo possibile distrarsi.
Si tratta di scegliere tra Falcone e, Borsellino da una parte e lo stalliere assassino Mangano dall’altra. Tra Veltroni che governerà con ragionevolezza un Paese secondo le normali tradizioni democratiche del mondo libero, e il “principale avversario” che non ci darà pace in nome dei propri esclusivi interessi, tra le istituzioni invase del Paese (compresa la Presidenza della Repubblica) e la volontà di possesso di ogni posto di comando del più celebre imputato d’Europa.
La domanda è: domani sera saremo al di sopra o al di sotto di ciò che il mondo attende (e teme) per il nostro destino?

Furio Colombo - L'Unità 13/04/2008

Dario Fo: Andate a votare - L'Unità 13/04/2008

sabato 12 aprile 2008

I "magnifici" 100

Ho aggiunto, nella sezione a lato, il link al pdf con l'elenco dei 100 (!) tra indagati, prescritti, rinviati a giudizio e condannati che troveremo in Parlamento (fonte: "Se li conosci li eviti" - Chiarelettere). Effettivamente salta all'occhio che le segreterie di partito prima di compilare le liste effettuano un'attenta selezione: almeno un reato o presunto tale (e più grave è meglio è) devono averlo gli aspiranti parlamentari nel curriculum, altrimenti non sembri una persona adatta al mestiere. Se poi ha a che vedere con la mafia 110 e lode: potresti perfino portare voti in più grazie ai tuoi agganci. Come di consueto il Pdl non si smentisce portando da solo più della metà della "compagine" dei 100, mentre fortunatamente c'è ancora qualcuno (il "solito" Di Pietro) che si ricorda che i politici dovrebbero essere un'esempio di correttezza e trasparenza per i cittadini, e candida solo incensurati.

P.s. Ecco cosa pensa il Times dei politici nostrani. Ma si sa il Times è il solito giornaletto fazioso, un po' di provincia.

venerdì 11 aprile 2008

Promemoria


"Appello elettorale. E' necessario battere col voto il così detto Polo delle Libertà. Destra e sinistra non c'entrano: è in gioco la democrazia. Berlusconi ha dichiarato di voler riformare la prima parte della Costituzione, che contiene i valori su cui si fonda la nostra società, e di volere altresì una legge che darebbe al Parlamento la facoltà di stabilire ogni anno la priorità dei reati da perseguire. Una tale legge subordinerebbe il potere giudiziario al potere politico, abbattendo così uno dei pilastri dello stato di diritto. Oltre a ciò Berlusconi, che è ancora indagato, in Italia e all'estero, per reati diversi, fra cui uno riguardante la mafia, insulta i giudici e cerca di delegittimarli in tutti i modi, un fatto che non ha riscontri al mondo. Ma siamo veramente un paese civile? Chi pensa ai propri affari economici e ai propri vantaggi fiscali governa malissimo: nei sette mesi del 1994 il governo Berlusconi dette una prova disastrosa. Gli innumerevoli conflitti di interesse creerebbero ostacoli tremendi a un suo governo sia in Italia, e ancora di più, in Europa. Le grandiose opere pubbliche promesse dal Polo dovrebbero essere finanziate almeno in parte col debito pubblico, ciò che ci condurrebbe fuori dall'Europa. A coloro che, delusi dal centrosinistra, pensano di non andare a votare, diciamo: chi si astiene vota Berlusconi. Una vittoria del Polo minerebbe le basi stesse della democrazia" (Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Alessandro Pizzorusso, Paolo Sylos Labini, marzo 2001)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto. E dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo. (...) Non sono spaventato: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato. Va bene, mi dicevo, succede anche questo: uno dei tanti bischeri che vengono a galla, poi andrà a fondo. Ma adesso sono davvero impressionato, anche se la mia preoccupazione è molto mitigata dalla mia anagrafe. Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi del futuro fa quasi ridere. (...) È strano: io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt'al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile" (Indro Montanelli, intervista a Repubblica, 26 marzo 2001).

"Io non credo che ci sia mai stato conflitto d'interessi: dal '94 in poi non mi sono più occupato delle vicende del mio gruppo, che ho avuto la fortuna di mettere nelle mani di ottimi manager. E poi se ne occupano i miei figli, ho avuto anche la fortuna di avere figli bravissimi" (Silvio Berlusconi, RaiNews24, 7 aprile 2008)

"Il presidente Berlusconi è sempre stato presentissimo nel Milan, tutte le operazioni di mercato sono concordate con lui" (Adriano Galliani, vicepresidente del Milan, La Repubblica. it, 7 aprile 2008)

"Ci sono delle persone disponibili in Italia a rilevare Alitalia: la regìa resterebbe ad Airone, con dietro Banca Intesa. E anche i miei figli non direbbero di no" (Silvio Berlusconi, 20 marzo 2008)

"A giorni i nomi della cordata italiana per Alitalia saranno noti a tutti perché faranno un'offerta impegnativa. I miei figli? Neanche per sogno" (Silvio Berlusconi, 26 marzo 2008)

Da "Carta Canta" - rubrica di Repubblica

Smpre la stessa storia...

Ecco a voi una tipica intervista del CavalierNano. E poi dice che non si ripete. E poi dice che non c'è da provare rabbia, da rassegnarsi. Il buon vecchio Berluskaz non si smentisce mai, il problema è proprio questo.

Trascrizione intervento Berlusconi a Omnibus del 10 apr. 08

Polito La seconda domanda mi promette che questa volta non farà licenziare nessun giornalista della Rai che la pensa in maniera sgradevole per lei come avvenne l’altra volta con l’editto bulgaro?

Berlusconi allora l’altra volta io non ho fatto licenziare in vita mia nessuno, e non ho fatto licenziare tanto meno qualcuno in Rai dove io non ho mai messo il naso, ho detto una battuta convinto che fosse una battuta diretta solo…

Piroso …e qualcun altro ce l’ha messo il naso Presidente.

B. beh, ma contro la mia volontà perche’ io non volevo assolutamente che si arrivasse alla decisione poi e’ stato lo stesso Biagi che ha deciso per una lauta eh… eh… risposta alle sue esigenze di… che… ha preferito di lasciare, ma io ho insistito fino all’ultimo che Biagi restasse in Rai. Cosa avevo detto; avevo detto che certi giornalisti come Biagi e Santoro avevano fatto un uso criminoso della televisione; continuo a sostenerlo anche adesso, soprattutto violando le regole della comunicazione elettorale, qualche volta…con Santoro basta che la gente guardi ancora oggi quello che combina Santoro e che fa combinare a Travaglio nella sua trasmissione per capire che e’ qualcosa che in una moderna democrazia non si dovrebbe permettere perche che Travaglio possa accusare chiunque di tutto, e di piu’senza avere un contraddittorio…

Polito quindi licenzia Travaglio allora

B. …e’ una cosa che non dovrebbe essere possibile in un servizio pubblico pagato coi soldi di tutti,

Polito …che fa lo licenzia Travaglio?

B. porto a confronto cio’ che han fatto le reti che io ho fondato e da cui mi sono distaccato quattordici anni fa, non c’e’ nella storia di mediaset una sola, non solo un solo ciclo di trasmissioni alla Santoro, ma una sola trasmissione, uno speciale che sia d’attacco alla sinistra o personaggi di interesse della sinistra.

Piroso pero’ Presidente Tremonti ad Annozero ci è andato tranquillamente ha esposto le sue ragioni cioè…

B. scusi, sia oggettivo Direttore lei si vergognerebbe di aver qui una trasmissione come Annozero e non la permetterebbe mai, che poi ogni tanto ci siano degli alibi per cui fanno arrivare Tremonti, e in quella trasmissione lo fanno parlare, questo e’ l’alibi che non contraddice la regola della trasmissione.

Polito ma Presidente, ma la mia domanda e’ proprio questa: la chiudete Annozero?

B. …ma non saro’ io, io non ho mai, nemmeno, nemmeno, non ho mai, con…io sono l’editore piu’ liberale che sia mai comparso sulla scena editoriale italiana…

Polito …e allora accetti anche Santoro

B. …lo domandi a tutti i direttori e giornalisti di Mediaset e della Mondadori, si ricordi cosa disse Montanelli, da cui qualche volta mi dividevano le idee, io non ho mai fatto un intervento sulla libertà dei singoli giornalisti, non ho mai imposto nulla al contrario di quello che fa la sinistra gravando di telefonate continuative i poveri direttori dei telegiornali e delle trasmissioni della Rai…

Polito vabe’ le telefonate e’ meglio lasciarle stare

B. …domandi, domandi, scusi… ai direttori, io ho ricevuto una telefonata da Saccà e ne ho approfittato per fare quello che si chiede ad un leader politico di riparare a delle ingiustizie, a delle persone che pur essendo brave si vedevano preferite a chi aveva rapporti di altro tipo con chi decideva in Rai. Quindi quella telefonata che ho ricevuto, l’ho utilizzata per quello, con la mia segretaria che mi mandava le comunicazioni che erano venute da varie fonti, tra l’altro il fratello di una di queste attrici che e’ un nostro consigliere di Rieti e che mi sottoponeva il fatto di una scelta che era stata fatta dal produttore privato e disdetta per una vicinanza amicale da un funzionario della Rai che era, vabe’ mi scusi, io per dire…

Polito vabe’ ma quelle sono raccomandazioni, sono raccomandazioni, succede a tutti.

B. …io non ho paura di ricevere nessuna smentita quando dico che io le telefonate non le faccio, che la sinistra ne fa tre o quattro al giorno allo stesso direttore minacciandoli, minacciandoli di antipatia o di rappresaglie future

Polito chi e’ questo direttore

B. guardi non sto a fare nomi, domandi ai suoi colleghi direttori, non potranno smentirmi…

Polito glielo chiederemo…

B. guardi, io sono da sempre l’editore ed il politico piu’ liberale della storia della Repubblica Italiana.



Fedine penali, La Carica Dei 101 - "Se li conosci li eviti" Ed.Chiarelettere di Gomez e Travaglio

mercoledì 9 aprile 2008

Al Voto, al Voto! Pt.3


Ormai siamo veramente agli sgoccioli, in tutti i sensi. In termini di tempo che ci separa dal giorno in cui dovremo tornare a decidere le sorti del paese, stavolta davvero minacciate come non mai. Ma anche in termini di pazienza, di sopportazione e di senso di nausea. Prorpio quello che prende leggendo le ultime esternazioni del braccio destro di sempre del CavalierNano, M.Dell'Utri; oppure ascoltando le parole delle due ali del Pdl, Bossi e Lombardo che invocanono entrambi la chiamata alle armi (uno i fucili l'altro i cannoni) apparendoci idealmente più vicini di quanto le distanze geografiche non suggeriscano.
Ho deciso qui, nella terza parte di Al voto, al Voto!, di postarvi subito l'articolo che mostra le nefande fuoriuscite del senatore Dell'Utri, proprio per farvi rendere conto di che razza di personaggio tornerebbe al potere. Perchè niente come le scempiaggini che è riuscito a vomitare come un fuoco di fila, ritengo possano descrivere al meglio lo "stato del'arte" del pensiero berlusconiano. Un tempo c'era una nobile tradizione della destra in poltica, oggi c'e solo questo. Non permettiamogli di tornare.

Ultimissime da Dell’Utri «Mangano? Un eroe...»
Le esternazioni del candidato Pdl e condannato per mafia «L'antimafia, un brand. La Resistenza? Da revisionare»
In un'intervista a Klaus Davi la «verità» sull'ex fattore di Arcore; «Ai giudici non ha detto una parola né su di me né su Berlusconi...». Un inno all'omertà. «Le case editrici sono in mano alla sinistra»: basta con la favola della lotta partigiana. «E Moggi è solo un grande organizzatore».

Il mafioso Vittorio Mangano era «un eroe». L'antimafia invece «è diventa­ta una sorta di brand» usato da certi partiti «in modo strumentale per col­pire qualcuno o per coprire la mancanza di contenuti». I pentiti di ma­fia «li conosco quasi tutti, ma fatico a trovarne uno sano». Pessimo an­che l'altro strumento per scoprire i mafiosi: «Sulle intercettazioni sare­mo durissimi, perché c'è in ballo la li­bertà», soprattutto la sua. Quanto al­la Resistenza, è come l'antimafia: un'altra favola raccontata dai «libri di storia ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza». Ma anche questi prontamente «saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni: questo è in tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione». Purtroppo non sarà facile, perché «la sinistra ha ancora in mano le università e le case editrici», a parte la Mondadori, rubata a un concorrente grazie alla sentenza di un giudice com­prato da Previti con soldi del­la Fininvest, ma ora, se tutto va bene, si metteranno a po­sto anche le altre. E Luciano Moggi? «È una persona sim­paticissima.... Le accuse sono nate dal suo grande successo. Moggi aveva organizzato bene le cose e così sarebbe stato ancora per molti altri anni»: organizzava le cose talmente bene da scegliersi gli arbitri a la carte, mentre il Milan si sce­glieva i guardalinee: dov'è il problema? Infine, una buona parola anche su Michela Vit­toria Brambilla: «l'hanno da­ta in pasto all'opinione pub­blica, ma non le attribuisco al­cuna importanza», mentre «siamo tutti spiritualmente innamorati di Berlusconi». Chi parla non è un magistra­to, altrimenti il Cavaliere l'avrebbe già sottoposto a pe­rizia psichiatrica. È un con­dannato: Marcello Dell'Utri che, in un'intervista su YouTube a Klaus Davi, ammicca esplicitamente alla mafia bea­tificando Vittorio Mangano, l'ex boss del mandamento di Palermo-Porta Nuova, già fat­tore nella villa di Arcore, suo intimo amico dal '73, con­dannato per associazione per delinquere con la mafia al processo Spatola, per traffico di droga al maxiprocesso di Falcone e Borsellino, morto in carcere nel 2000 subito do­po una condanna in Assise per tre omicidi. Santo subito. Qual è la prova dell'eroismo di Mangano? Semplice: più volte sollecitato dai magistrati a parlare dei suoi rapporti con Berlusconi e Dell'Utri, non ha mai aperto bocca. «Mangano - spiega Dell'Utri - è morto per causa mia. Era malato di cancro quando è entrato in carcere ed è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me e il presidente Berlusconi. Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con lauti premi e si sarebbe salvato. È un eroe, a modo suo». Parole duramente criticate da Antonio Di Pie­tro, Cesare Salvi e Anna Finocchiaro. Facendo il pubblico elogio dell'omertà, il senatore Dell'Utri non specifica che cosa avrebbe potuto raccontare di lui Mangano, se avesse parla­to: lo lascia all'immaginazio­ne degli elettori. Perché natu­ralmente Dell'Utri, condannato in via definitiva a 2 anni per evasione fiscale, in appel­lo a 2 anni per tentata estor­sione mafiosa insieme al boss di Trapani Vincenzo Virga e in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associa­zione mafiosa, è stato ricandi­dato dal Partito della Libertà Provvisoria a Palazzo Mada­ma in un posto sicuro (nume­ro 7) in Lombardia. Ma non dimentica le origini: quelle sue personali e quelle di For­za Italia, nata nel 1993 fra Pa­lermo e Milano, con Manga­no che faceva la spola tra le due città per conto di Provenzano, mentre nel Paese esplo­devano le bombe. Non poten­do astenersi dai rapporti con la mafia, Dell'Utri elogia pe­rò l'astinenza sessuale, che lui dice di aver appreso diret­tamente dal fondatore del­l'Opus Dei, Josemarìa Escrivà de Balaguer, ma di praticare solo ultimamente «per moti­vi di età». Insieme all'annun­cio dei test psichiatrici ai pm, peraltro copiato di sana pian­ta dal Piano di rinascita demo­cratica della P2 di Licio Gelli, la piattaforma programmati­ca di Dell'Utri dà un quadro preciso del governo Pdl che verrà. I pentiti non vanno usati nei tribunali per far con­dannare i mafiosi e i loro ami­ci, ma «usati come testimo­nial di una campagna pubbli­citaria antimafia rivolta ai giovani siciliani»: per convin­cerli - par di capire - che un vero mafioso non deve mai dire la verità, mai abbandona­re Cosa Nostra, mai schierar­si con lo Stato. Insomma, se­guire l'esempio dell'eroico Mangano. Lui del resto dice di «conoscerli quasi tutti»: un paio li aveva addirittura contattati, Pino Chiofalo e Cosimo Cirfeta, purtroppo erano due falsi pentiti che lui tentava di convincere a calun­niare i veri pentiti che accusa­no lui. Quanto ai magistrati, sono «professionisti dell'anti­mafia», come «aveva già det­to Sciascia». Dell'Utri dimen­tica di precisare che lo sciagu­rato articolo di Sciascia sul Corriere della Sera era un attac­co frontale a Paolo Borselli­no, accusato di far carriera per meriti antimafia. Ma que­ste cose gli amici degli amici le sanno benissimo. E avran­no apprezzato. Vota e fai vo­tare.
M.Travaglio 09/04/2008

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