domenica 30 marzo 2008

Antonio Ingroia


Sulla scia virtuale dei post in cui ho riportato gli articoli di Elio Veltri e Roberto Saviano a riguardo della collusione delle criminalità organizzate con la politica, vi propongo adesso un articolo di Antonio Ingroia, Sostituto Procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Per chi non lo conoscesse (ahimè), Ingroia si è occupato di numerosi e delicati processi di mafia, essendo stato pubblico ministero, tra gli altri, nel processo Dell'Utri e nel processo Contrada. Per presentarlo forse basterebbe dire che è stato stretto collaboratore di Paolo Borsellino. A seguire aggiungo anche una sua intervista rilasciata al quotidiano "La Stampa" in cui discute del caso De Magistris, indice della crisi dello Stato di diritto e delle pressioni esercitate da poteri occulti sui magistrati.

L'intervento di A.Ingroia sull'evoluzione della mafia e il suo nuovo rapporto con le istituzioni:

“Della mafia ci sono narrazioni fuorvianti, mistificate e semplicistiche. Penso ad esempio alle numerose fiction televisive, che non rendono un buon servizio ai cittadini. La storia della mafia è storia di verità negate. Penso alle stragi di mafia, le quali sono in gran parte impunite. O non sufficientemente punite. Nella migliore delle ipotesi si sono scoperti gli esecutori materiali e gli organizzatori, ma non si è individuata la trama più complessa. Quella trama che permette di individuare le menti delle operazioni, di mettere in fila i singoli episodi stragisti, di percepire il filo che li lega al di là delle singole contingenze.
E qual è verosimilmente questa trama? Una classe dirigente – e la mafia è parte della classe dirigente siciliana – che ha contrattato, usando la violenza, spazi di potere, autorevole, potere centrale.
La “trattativa” tra mafia e Stato è una costante, viene da lontano. Possiamo dire che lo stragismo mafioso, fin dalle origini della prima Repubblica, ha a che fare con una lunga e costante trattativa che ha per oggetto la spartizione del potere sul territorio. La mafia è un fenomeno interclassista: i suoi cervelli sono spesso appartenenti alla buona borghesia. Non è un caso che tra i capi famiglia o capi mandamento di cosa nostra vi siano stati medici, ingegneri, avvocati, professionisti, politici. E non sorprende che la “borghesia mafiosa” abbia avuto un ruolo fondamentale nel dettare le strategie militari della mafia stragista. E’ dunque un’intollerabile semplificazione parlare oggi, di fronte ai pur importanti risultati raggiunti sul piano repressivo, cioè la cattura di molti boss, di crisi della mafia o di mafia in ginocchio. Non solo i dati investigativi di cui può disporre un magistrato come me, ma i dati che sono sotto gli occhi di tutti ci dicono al contrario che siamo di fronte ad una fase di trasformazione del sistema di potere mafioso. Una trasformazione che passa anche attraverso l’esaurimento della fase precedente, incentrata sulla logica della trattativa e della contrapposizione violenta per la conquista di spazi di potere, la cosiddetta “fase corleonese”.
La storia dei Riina, dei Provengano, dei Bagarella, cioè dei capi più sanguinari dell’organizzazione mafiosa, è solo una parentesi in una storia lunga varie generazioni. È una fase che ha avuto un inizio e una fine. Una fase che ha avuto un esito fallimentare dal punto di vista dei protagonisti, i quali sono tutti in galera, seppelliti da numerosi ergastoli. Ma non del tutto negativo sul piano generale, dal punto di vista degli interessi dell’organizzazione mafiosa, perché le ha consentito di superare un periodo di crisi e di difficoltà, traghettandola in una nuova fase, l’attuale, che in parte è di ritorno al passato. Non c’è più il delirio di onnipotenza antagonista che aveva caratterizzato l’azione di Riina, poi superato da Provenzano, il quale secondo le risultanze più attendibili è uno dei registi della “trattativa”.
Oggi la mafia è mafia degli affari e della finanza. Questa mafia, è vero, attraversa una fase di difficoltà sul piano militare e del controllo del territorio, come pure sul piano internazionale (la ‘ndrangheta, per esempio, oggi è più forte di cosa nostra nei traffici internazionali di droga). E tuttavia ha conquistato una maggiore capacità di investimento dei capitali illeciti. Cosa nostra investe di più e meglio rispetto a venti anni fa, quando investiva soprattutto in beni immobili. Come notava già Falcone, la mafia è entrata in Borsa negli anni ottanta. E in Borsa ci è rimasta investendo e ricapitalizzando sempre meglio gli immensi flussi di denaro. Per questo è più stretta la dipendenza dai consulenti, dai professionisti della “borghesia mafiosa”, la quale oggi ha un ruolo strategico molto più forte.
Ecco perché, se possiamo stare più tranquilli sul piano dell’ordine pubblico, siamo invece in una fase più insidiosa, poiché si è rafforzata la capacità di inquinamento della politica e dell’economia.
Dare messaggi tranquillizzanti è sbagliato. La mafia non è affatto alle corde. Semmai è il momento di rilanciare con decisione l’azione di contrasto, anche repressivo.
E qui i nodi vengono al pettine: il rapporto fra mafia e politica è, prima di tutto, la promiscuità fra mafia ed economia. I voti della mafia servono alla politica, i soldi della mafia servono all’economia. In tempi di globalizzazione dei mercati è in corso un processo di integrazione e globalizzazione dell’economia mafiosa.
Ma una mafia che non spara, limitandosi a fare affari, è forse più accettabile? Inutile dire che così non è, ma occorre incidere su un clima di diffusa acquiescenza e indifferenza rispetto a questo problema. L’altra domanda che non si può eludere è questa: possiamo edificare un futuro credibile per il nostro Paese senza fare i conti con le verità negate delle stragi mafiose che stanno alla base sia della prima (Portella della Ginestra), sia della seconda Repubblica (biennio stragista 92-93)?
Personalmente non credo molto alle verità emergenti dalle commissioni parlamentari. Tuttavia è un dato di fatto inquietante che mai si è pensato di costituire una commissione parlamentare con il compito di indagare sul biennio stragista e sulla “trattativa”. Io non credo che si possa costruire una repubblica dalle fondamenta solide se non si fa chiarezza sul sangue delle stragi del 92-93 e sulla trattativa fra cosa nostra e pezzi dello Stato.

Mi si domanda con quale stato d’animo, da uomo dello Stato, io viva questo impegno di magistrato antimafia, se una parte dello Stato è colluso con la mafia. E rispondo: io credo che si possa operare anche dentro uno Stato che ha tali connivenze e timidezze nei confronti della mafia, innanzitutto con un senso di consapevolezza di fondo che la questione del confronto fra mafia e antimafia non è uno scontro fra Stato e antistato. L’impostazione di rappresentare la mafia come qualcosa di estraneo allo Stato, nella logica del rapporto fra guardia e ladri, è vecchia e fuorviante. Non essere lucidamente consapevoli che la mafia ha forte capacità di infiltrazione nello Stato espone al rischio di inevitabili fallimenti. Noi però dobbiamo guardare anche fuori dallo Stato, alle componenti sane della società che sono ugualmente fondamentali, certo in una prospettiva di non breve scadenza, per la costruzione di qualcosa di nuovo.

Certo, l’azione repressiva non basta, occorrono serie riforme legislative. Se mi si chiede un parere sulle priorità, provo a rispondere in questo modo.
1 – I tempi della giustizia sono intollerabilmente lunghi. Soltanto con una giustizia efficiente si può sperare di ottenere risultati sul fronte repressivo e di conquistare la fiducia dei cittadini. Fino ad ora nessun governo ha fatto qualcosa di serio per incidere su questo problema.
2 – Il Testo Unico delle norme antimafia: se ne discute da decenni, credo che sia ora che il nuovo Parlamento – se c’è la volontà politica di farlo – si assuma la responsabilità di aggiornare e unificare tutto lo strumentario normativo antimafia che ormai è vecchio e superato. Per esempio tutta la normativa in materia di riciclaggio e di contrasto all’economia mafiosa è assolutamente insufficiente e inadeguata, ed è il motivo per cui in Italia ci sono pochissimi procedimenti per riciclaggio.
3 – Nel Testo Unico andrebbe riformulata tutta la gestione dei beni confiscati, con l’istituzione dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati.

Ma al di là delle pur necessarie riforme normative, occorre ritrovare la volontà collettiva di fare verità e giustizia, a cominciare dalle stragi di mafia, perché senza questa volontà collettiva, come dimostra la storia dell’antimafia, neanche la magistratura riesce a scoprire la verità sui fatti stragistici. Tutti i momenti nei quali si sono raggiunti dei risultati sul piano giudiziario sono stati momenti di conquista collettiva, il frutto di un ampio movimento di opinione, di pressione. Senza volontà collettiva non c’è verità e giustizia; senza verità e giustizia siamo di fronte a una società che non ha futuro.”


L'intervista per "La Stampa" sul caso De Magistris:

Dottor Ingroia, cosa rappresenta, per lei, il caso De Magistris?
«Il caso in cui, nella maniera più emblematica, si sono evidenziati i guasti della riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario».

Si riferisce alla richiesta di trasferimento?
«Non solo. Ha contribuito a incrementare un clima “pesante” attorno all’azione della magistratura, creando condizioni ostili all’autonomia e indipendenza della magistratura. Il provvedimento di avocazione, che ha tolto l’indagine al collega De Magistris, è un provvedimento che in altri tempi avrebbe incontrato ben altre resistenze e critiche. Evidentemente, i tempi sono cambiati».

Qual è la sua analisi in merito?
«Definirei il caso De Magistris come una vicenda emblematica di quel che accade quando un magistrato si ritrova, isolato e sovraesposto, a gestire un’indagine estremamente complessa e delicata su un grumo di intrecci, di interessi leciti e illeciti, riferibili a soggetti e ambienti diversificati, sul crinale dove s’incontrano i versanti criminali con i versanti politici e istituzionali. Come spesso accade nei territori dove operano sistemi criminali integrati. E mi riferisco, ovviamente, ai sistemi criminali riferibili alla mafia in Sicilia e alla ‘ndrangheta in Calabria».

Come giudica la posizione dell’A.N.M. rispetto al caso De Magistris?
«Timida e inadeguata. In generale, soprattutto preoccupata di far apparire il governo Prodi meno ostile nei confronti dell’autonomia e indipendenza della magistratura del governo Berlusconi».

Che mi dice dei “poteri occulti”? Influenzano la nostra democrazia?
«Purtroppo sì. Il connubio tra poteri occulti e mafia è il famoso “gioco grande” sul quale stava lavorando Giovanni Falcone. E sul quale probabilmente è morto: e i veri mandanti della strage di Capaci, in fondo, non sono mai stati trovati».

Può spiegarmi meglio cosa intende per poteri occulti?
«Intendo – genericamente – quell’intreccio fra poteri criminali, come il potere delle grandi organizzazioni criminali mafiose, e altri poteri. Intreccio che molte indagini degli anni passati, in Sicilia ma anche in Calabria, hanno messo in luce, per esempio, tra le mafie e spezzoni della massoneria, così come con settori della destra eversiva o di ambienti politico-istituzionali, compresi appartenenti ad apparati dello Stato deviati».

Quanto incidono nella magistratura?
«Non è facile rispondere. In passato, ai tempi di Falcone e Borsellino, la magistratura, soprattutto i suoi vertici, era spesso fortemente condizionata dai poteri occulti. Negli ultimi anni si sono fatti grossi passi avanti anche per la maggiore autonomia e indipendenza che la magistratura ha conquistato. Ecco perché è importante difendere lo status di autonomia e indipendenza della magistratura. Se si fanno passi indietro su questo fronte, rischiamo di ripiombare nel passato più buio della nostra democrazia (...)».

Su questi argomenti, che paiono in qualche modo pressanti, è stata mai aperta una discussione all’interno dell’A.N.M.?
«L’A.N.M. attraversa una grave crisi di rappresentanza, che è poi la stessa crisi della politica, la stessa sensazione di scollamento fra rappresentati e rappresentanti. Il dibattito interno all’A.N.M. su questo punto è aperto e la parte più sensibile a questo problema lo ha avviato con interventi interni e pubblici. Ma l’A.N.M. è ancora ben lontana dall’avere superato questa crisi».

Quanto è credibile l’ipotesi che i “poteri occulti”, secondo lei, abbiano agito, indirizzando la vicenda De Magistris?
«L’indagine di De Magistris, per quanto abbiamo potuto apprendere, andava ben al di là di ciò che è divenuto più noto. Ben oltre quindi le intercettazioni di Mastella o l’iscrizione di Prodi nel registro degli indagati. Penso che il cuore dell’indagine fosse proprio l’intreccio tra poteri criminali e altri poteri sul territorio. Credo che il suo caso non possa essere affrontato se non si tiene conto della realtà in cui De Magistris, spesso in solitudine istituzionale, ha operato. (...) E’ certo, però, che De Magistris s’è messo contro certi poteri, ed è altrettanto certo che la reazione nei suoi confronti è stata forte ...».

Una delle accuse, per De Magistris, è stata quella di aver parlato in tv. Lei che ne pensa? Purché non entrino nel meritò delle indagini, i magistrati possono parlare?
«Prendiamo, per esempio, il rapporto tra Paolo Borsellino e la stampa: appartiene alla storia del nostro Paese. (...) Ricordo un’intervista storica: volle lanciare l’allarme sul calo di tensione nella lotta alla mafia. (...) Sono passati tanti anni. E credo sia stato conquistato il diritto, da parte della magistratura, d’intervenire. Fermo restando il riserbo sul contenuto delle indagini».

Parliamo dell’avocazione di Why Not a De Magistris.
«De Magistris la definisce illegittima, io la definisco impensabile. (...) La mia sensazione è che noi ci siamo trovati in una situazione in cui l’autonomia e l’indipendenza, interna ed esterna, è arrivata a un punto di rottura. Davvero siamo in un momento di crisi dello Stato di diritto».


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